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Misura, arresto e responsabilità della parola poetica
di Rodolfo Tommasi, critico letterario

Nel panorama poetico contemporaneo, segnato da una diffusa tendenza alla scrittura autobiografica, diaristica o narrativa, l’esperienza della poesia di soglia, maturata nel contesto del gruppo poetico ligure ponentino Symbol 2000, si presenta come uno dei tentativi più coerenti e rigorosi di restituire alla parola poetica una misura etica. In un tempo dominato dalla sovraesposizione dell’io e dall’espansione incontrollata del discorso, questa linea di ricerca sceglie consapevolmente il limite, l’arresto, la sottrazione. Non nasce come scuola né come corrente organizzata, e nemmeno come manifesto ideologico, ma come esito di un confronto continuo tra poeti uniti da una comune esigenza di rigore linguistico e di responsabilità del dire.

All’interno di questo percorso collettivo si colloca in modo riconoscibile e coerente la voce del poeta e giornalista ligure Vincenzo Bolia (Albenga, 1951), che ha contribuito in maniera determinante alla definizione e alla stabilizzazione di tale linea poetica. La poesia di soglia, così come si è andata precisando nel dialogo tra i membri di Symbol 2000, non propone un’estetica dell’originalità individuale, ma una pratica condivisa di sottrazione, fondata sull’ascolto del linguaggio e sui suoi limiti.

Ho avuto modo di seguire questo percorso già nel 2010, quando mi fu affidata la prefazione al volume Pensieriparole (Montedit, Melegnano). Già allora appariva evidente una tensione verso l’essenzialità, verso una poesia ridotta all’osso, attenta a ciò che resta dopo l’eliminazione del superfluo. Negli anni successivi, questa tensione si è progressivamente precisata, fino a configurarsi come una vera e propria postura del linguaggio, riconoscibile e coerente nel tempo.

Dopo una prima fase dedicata alla poesia descrittivo-narrativa, alla fine del primo decennio degli anni Duemila, Vincenzo Bolia approda all’ermetico-moderno e dà forma a uno stile personale, definito “di soglia”, fondato su versi brevi ed essenziali, in cui il simbolo resta immagine pura e il senso rimane incompiuto. La poesia di soglia non descrive, non spiega, non conclude. Evoca. Si colloca deliberatamente sul margine del dire e rinuncia a ogni forma di saturazione del significato, consegnando al lettore uno spazio di risonanza, non una chiave interpretativa.

Per comprenderne appieno il valore è necessario collocarla all’interno della tradizione novecentesca. Il Novecento è il secolo in cui la poesia prende atto della crisi delle grandi narrazioni e dell’impossibilità di una visione totalizzante del reale. La parola poetica perde progressivamente la funzione di spiegazione del mondo e assume quella, più fragile ma più autentica, di testimonianza parziale. In questo passaggio, il linguaggio poetico diventa consapevole della propria insufficienza e, proprio per questo, della propria responsabilità.

Su un piano europeo, la poesia di soglia dialoga con alcune esperienze fondamentali della modernità poetica. Già in Charles Baudelaire si manifesta una frattura decisiva: la poesia prende atto della perdita di un ordine simbolico condiviso e si confronta con la precarietà dell’esperienza moderna. Nei Fiori del male la parola non riconcilia, non redime, ma espone una condizione di inquietudine e di scarto. Baudelaire inaugura così una poesia del limite, in cui il senso non è mai pienamente disponibile e la bellezza nasce dalla tensione irrisolta.

Nel Novecento questa linea si radicalizza. In Paul Celan la parola poetica è ridotta a ciò che resta dicibile dopo la catastrofe; in René Char il frammento diventa una scelta etica, una forma di resistenza contro l’eccesso del dire; in Yves Bonnefoy la parola rinuncia al dominio del senso per farsi presenza fragile, esperienza dell’immanenza. Anche il confronto con Fernando Pessoa e con la crisi dell’io lirico contribuisce a definire una poesia che rinuncia alla centralità del soggetto per farsi luogo di ascolto e di sospensione.

Solo a partire da questo orizzonte europeo si comprendono appieno le radici italiane della poesia di soglia. La lezione di Giuseppe Ungaretti rappresenta un passaggio decisivo: il verso si accorcia, si isola, diventa respiro. Tuttavia, nella poesia ungarettiana permane una tensione epifanica. La poesia di soglia ne assume la disciplina ma ne sospende l’esito.

È soprattutto in Giorgio Caproni che la poesia di soglia trova una delle sue radici più profonde. In Caproni la poesia diventa cammino senza approdo, gesto minimo che insiste nel movimento. Il senso non viene rivelato ma lasciato in sospensione. La poesia di soglia eredita questa etica del limite, accentuandone l’impersonalità e portando il gesto poetico fino al punto dell’arresto.

Accanto a Caproni, Eugenio Montale offre la consapevolezza che il senso si manifesta come mancanza significativa. La poesia non risolve, ma segnala. La poesia di soglia riconosce questa lezione e la conduce a una ulteriore rarefazione.

La poesia di soglia si fonda su un lessico ridotto all’indispensabile e su immagini ad alta concentrazione simbolica: luce, pietra, vento, voce, tempo, memoria. Il silenzio non è un vuoto, ma una presenza attiva. La poesia non procede per accumulo, ma per sottrazione.

Questa postura trova una sua espressione esemplare nel componimento Donna in bleu.

DONNA IN BLEU

Luce sospesa
viso d’attesa

tra rose spente,
respira il silenzio

un filo d’oro
sfiora
l’aria.

Il testo di Donna in bleu si presenta come un’immagine trattenuta, composta di pochi gesti di luce e di respiro. L’apertura introduce uno stato immobile, in cui il tempo sembra sospeso e affidato all’attesa. Le “rose spente” non alludono a una fine, ma a una quiete necessaria, perché il silenzio possa diventare presenza e non assenza. Quando il silenzio respira, l’attenzione si sposta dall’oggetto alla percezione, facendo della sospensione un’esperienza sensibile. Il filo d’oro che sfiora l’aria è un segno minimo, quasi impercettibile, che attraversa la scena senza dominarla. Nella chiusa, il tempo passa, ma la voce resta ferma: la parola non spiega, non conclude, non redime. Espone.

La poesia nasce in dialogo con l’immagine pittorica da cui prende avvio: Donna in Bleu di Chino Bert, opera realizzata nel 2006, in cui la figura femminile emerge da una stesura essenziale di luce e colore. Non si tratta di una traduzione del quadro in parola, ma di una corrispondenza silenziosa: la poesia accoglie la stessa sospensione, lo stesso trattenersi della forma, e ne assume la misura senza trasformarla in racconto. Il gesto pittorico diventa così respiro verbale, presenza che non chiede di essere spiegata.

In questo senso, la poesia di soglia non promette rivelazioni. Non cerca di imporsi, ma di resistere. Non occupa lo spazio, lo lascia. Si offre come esperienza di attenzione, non come invito all’interpretazione. E nel punto in cui la parola si arresta, continua a operare come esperienza, non come spiegazione.
La poesia, qui, si ferma. E nel fermarsi, resta.
Firenze, marzo 2012

Lunedì 19 marzo 2012, anno VI