La poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia»
- 19 Marzo 2012
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Misura etica, parola essenziale e tradizione nel percorso di Vincenzo Bolia
di Rodolfo Tommasi, critico letterario

Sottrazione, sospensione e affioramento nel percorso poetico di Vincenzo Bolia e nell’esperienza del cenacolo Symbol 2000
Nel panorama poetico contemporaneo, caratterizzato anche da forme di narratività estesa e da una forte presenza dell’io, la poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia» sceglie una direzione diversa: versi brevi ed essenziali, autonomia dell’immagine, sospensione del senso, apertura dell’interpretazione.
Elaborata all’inizio degli anni Duemila (2 giugno 2004) nell’ambito del cenacolo Symbol 2000, nel Ponente ligure, questa poetica non mira a raccontare, descrivere o spiegare, ma a lasciar affiorare.
La sua definizione può essere ricondotta a tre principi: sottrazione nella forma, sospensione nel senso, affioramento nel lettore.
La sottrazione libera il verso da spiegazioni, raccordi e sviluppi discorsivi non necessari. La sospensione impedisce all’immagine di essere ricondotta a un significato univoco. L’affioramento, infine, appartiene al lettore: il poeta non stabilisce ciò che debba essere visto o compreso, ma lascia aperto uno spazio nel quale immagini, ricordi, significati e risonanze possono prendere forma liberamente.
È da questa concezione che deriva il termine «soglia». La soglia è il punto nel quale il poeta si arresta. Il testo non oltrepassa quel limite trasformando l’immagine in spiegazione e non conclude il percorso interpretativo al posto di chi legge.
Questa ricerca affonda le proprie radici nella tradizione poetica ligure del Novecento, della quale assorbe alcuni caratteri riconoscibili: l’essenzialità del dettato, la centralità dell’immagine, il rapporto con il paesaggio e la concentrazione espressiva. Elementi che vengono portati verso una più marcata sospensione del senso.
Il riferimento alla tradizione ligure non esaurisce naturalmente il quadro. Nel Novecento europeo e italiano sono numerose le esperienze che hanno posto al centro il limite della parola, la frammentarietà e il rapporto fra detto e non detto.
Da Giuseppe Ungaretti viene una delle lezioni decisive sull’essenzialità del verso e sul valore dello spazio bianco. La parola si accorcia, si isola, acquista peso. Nella poesia «di soglia», tuttavia, questa essenzialità non tende necessariamente all’epifania: l’immagine può restare semplicemente aperta.
Anche Eugenio Montale e Giorgio Caproni costituiscono riferimenti importanti per comprendere il clima poetico ligure del Novecento. In entrambi, pur con esiti profondamente diversi, la parola conosce il limite della spiegazione e si confronta con ciò che non può essere interamente risolto nel discorso.
Sul piano europeo, esperienze come quelle di Paul Celan, René Char, Yves Bonnefoy e Fernando Pessoa offrono ulteriori termini di confronto per una poesia che ridimensiona la centralità dell’io, interroga i limiti del linguaggio e lascia al silenzio e alla frammentarietà una funzione essenziale. Non si tratta di stabilire una discendenza diretta, ma di riconoscere un più vasto orizzonte novecentesco entro il quale la riduzione della parola e l’apertura del senso hanno assunto un ruolo centrale.
È in questo contesto, ma con una precisa collocazione ligure-ponentina, che si sviluppa l’esperienza del cenacolo Symbol 2000.
Tra i principali poeti riconducibili a questa linea figurano Vincenzo Bolia, giornalista, poeta e studioso di dialettologia ingauna, e Giuseppe Grieco, attore e commediografo.
Nel percorso di Bolia la poesia «di soglia» rappresenta l’approdo a una scrittura nella quale il verso viene progressivamente ridotto al necessario. Il discorso si contrae, l’immagine acquista autonomia e il bianco entra nella struttura del testo.
Non si tratta, però, di rendere oscuro ciò che potrebbe essere detto chiaramente. L’ermetismo della «soglia» non consiste nella ricerca deliberata dell’enigma. Consiste piuttosto nel rifiuto di completare l’immagine attraverso una spiegazione che ne restringerebbe le possibilità.
Il simbolo, quando compare, non viene chiuso. L’immagine resta immagine.
Da qui deriva anche una diversa funzione del silenzio. Il silenzio non deve necessariamente assumere un significato stabilito dal poeta o dal critico: appartiene allo spazio lasciato libero dal testo.
La scrittura di Bolia si esprime sia in lingua italiana sia nel dialetto ligure di Albenga. Il passaggio da una lingua all’altra modifica la sonorità e la materia verbale, ma non i principi della poetica. Anche nella parlata albenganese rimangono la brevità del verso, la sottrazione, la sospensione e l’apertura interpretativa.
Il dialetto non costituisce quindi un elemento ornamentale. È una lingua poetica che porta con sé territorio, memoria e comunità, senza per questo determinare in anticipo il senso del testo.

Chino Bert, Donna in bleu, tecnica mista, 20×30 cm, 2006
Questa linea poetica trova espressione esemplare nei componimenti Donna in bleu che nasce in dialogo diretto con la pittura: il testo è ispirato all’omonimo dipinto del pittore Chino Bert, da cui eredita la sospensione figurativa, la centralità del volto e il valore simbolico del silenzio come presenza.
Nel 2010, del resto, in occasione della prefazione al volume Pensieri… parole (Montedit, Melegnano), tale tensione all’essenzialità già affiora, orientata verso versi brevi e misurati, capaci di dire per sottrazione e di anticipare ciò che solo in seguito avrebbe trovato una definizione più compiuta.
Nel componimento pochi elementi vengono posti sulla pagina: luce, viso, rose, silenzio, oro, aria.
DONNA IN BLEU
di Vincenzo Bolia
Luce sospesa
viso d’attesa
tra rose
spente
respira
il silenzio
un filo d’oro
sfiora
l’aria
La poesia non racconta il quadro e non cerca di tradurlo in parole. Neppure assegna ai suoi elementi un significato definitivo. Le immagini si succedono per brevi nuclei e i bianchi ne scandiscono gli arresti. La chiusa non risolve ciò che la precede: «un filo d’oro / sfiora / l’aria» rimane sulla soglia.
Proprio questo punto consente di distinguere la nuova formulazione teorica da precedenti letture della poesia. Non è necessario stabilire che cosa rappresentino il silenzio, il filo d’oro o l’aria. Farlo significherebbe oltrepassare quella soglia sulla quale il testo ha scelto di fermarsi.
Analogo principio opera nella poesia in dialetto. In testi come Martiri da Bucca pe-a libertè, la parlata ligure non modifica il rapporto fra parola e silenzio: cambia la voce, non il principio poetico.
Nella poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia» la questione decisiva non è dunque soltanto quanto dire, ma dove fermarsi.
Fermarsi prima che l’immagine venga spiegata.
Fermarsi prima che il simbolo diventi univoco.
Fermarsi prima che il poeta occupi lo spazio destinato al lettore.
È in questo arresto che acquista senso l’affioramento. Il poeta non produce l’interpretazione: crea le condizioni perché qualcosa possa, eventualmente, affiorare nel lettore.
La formula può essere condensata in tre passaggi:
Sottrazione nella forma.
Sospensione nel senso.
Affioramento nel lettore.
Nel percorso di Vincenzo Bolia questa ricerca rappresenta il risultato di un progressivo processo di essenzializzazione della parola, maturato dopo una precedente esperienza lirico-descrittiva legata alla tradizione ligure del Novecento.
Già nella prefazione del 2010 al volume Pensieri… parole (Montedit, Melegnano) era possibile riconoscere una tendenza verso versi brevi e misurati. Alla luce della successiva elaborazione teorica, quella tendenza può essere letta come parte di un percorso verso una forma nella quale l’immagine acquista sempre maggiore autonomia e il discorso arretra.
La poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia» trova così la propria identità non nell’oscurità, ma nel limite.
Non chiede alla parola di dire tutto.
Non chiede all’immagine di spiegarsi.
Non chiede al lettore di trovare una soluzione.
Il testo arriva alla soglia e si arresta.
Ciò che può nascere oltre quel limite appartiene alla libertà di chi legge.
Rodolfo Tommasi
Lunedì 19 marzo 2012, anno VI




















