image_print

 

 

QUELL’AGOSTO

Agosto ovunque di luce risplende, respiri dona, pause di gioia. E Giuseppe Ungaretti, pur essendo nel 1916 al fronte per il primo conflitto mondiale, scriveva di sentirsi in agosto “ubriaco di universo”. Stordimento dell’estate che può far retrocedere anche dalla grave condizione della trincea, volgere la mente all’universo visto come armonia. Ma era, quella di Ungaretti, una condizione di cui il soggetto aveva consapevolezza e che, almeno al momento, concedeva di esistere, di continuare a pensare all’armonia. Non ebbero il 5 agosto del 1945 gli abitanti di Hiroshima, nella normalità della loro quotidianità, la possibilità di godere la bellezza del giorno estivo: alle 8:15 un bombardiere degli Stati Uniti sganciò la prima bomba atomica, e tre giorni dopo, il 9 agosto, anche Nagasaki subì la stessa disumana sorte. “Andato a buon fine il Progetto Manhattan” -così si leggeva sul New York Times del 6 agosto 1945e, a commento, “una pioggia di rovine dal cielo come non se n’è mai vista una su questa Terra”.

La bellezza dell’estate si mutò in Giappone in una impressionante tragedia con centinaia di migliaia di morti ed effetti devastanti, con la completa distruzione di due città. La bomba venne sganciata su Hiroshima perché sede di industrie militari e del quartiere generale che avrebbe, in caso di invasione, guidato la difesa del Giappone meridionale; su Nagasaki a dimostrazione che la distruzione poteva continuare. Le due bombe segnarono l’inizio dell’era atomica, poi della cosiddetta Guerra Fredda che avrebbe reso difesa il possesso dell’atomica di cui, oltre agli Usa e all’Urss, anche gli altri Stati avrebbero iniziato ad avvertire la necessità di fornirsi. Al presente sono ormai tanti gli Stati a mostrare vanto per il possesso dell’atomica e, quel che è peggio, c’è, a differenza della seconda metà del secolo scorso che aveva una generale capacità di maggiore riflessione sui devastanti effetti, una -diciamo- quasi incoscienza nei confronti dell’atomica, degli irreparabili danni che il suo uso provocherebbe, sino a una quasi estinzione della civiltà, della specie umana.

Einstein soleva dire che, nel caso ci fosse la terza guerra mondiale, di sicuro la quarta si combatterebbe con la clava. Quest’anno, alla cerimonia annuale, il sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui, parlando della tendenza al riarmo, ha sottolineato che “il mondo ignora spudoratamente la lezione che la comunità internazionale avrebbe dovuto imparare dalle tragedie della Storia”. Già il 1° agosto del 1964 era stata accesa la Fiamma della Pace, da spegnersi con l’estinzione nel mondo delle armi atomiche. Utopia! Sono gli Stati possessori di armi atomiche cresciuti e, nel generale spirito di leggerezza subentrato soprattutto nel nuovo millennio, meditare sulla gravità di certe posizioni e annunci è sempre più difficile, come dimostrano le guerre in atto e il rifiuto di ogni ragionevolezza.

Ed anche a Nagasaki il Sindaco Shiro Suzuki ha, nel celebrare gli 80 anni dalla tragedia, invitato i leader mondiali a delineare un piano per l’abolizione delle armi nucleari. No, il Giappone non può dimenticare. Ogni mattina, alle 8,15 non è raro vedere, non solo a Hiroshima, persone fermarsi per un momento di silenzio, e ciò viene percepito come cosa naturale. Le generazioni sopravvissute alla tragedia dell’atomica vanno scomparendo, sono oggi al di sotto dei 100mila con un’età di poco superiore agli 86 anni, ma le nuove generazioni hanno fatto degli alberi sopravvissuti alla bomba atomica i nuovi testimoni. Sono 170 alberi di 32 differenti specie, chiamati Hibahujumoku e venerati come simbolo di resilienza. Padre della bomba atomica viene, pur se altri fisici, anche italiani, rientrarono nelle ricerche, ritenuto Robert Oppenheimer, Direttore scientifico del Progetto Manhattan e Responsabile del laboratorio di Los Alamos. Nel libro “Oppenheimer. Trionfo e caduta dell’inventore della bomba atomica” di Kai Bird e Martin Sherwin, edito in Italia nel 2023 da Garzanti con traduzione di Alfonso Vinassa de Tegny, vengono poste in rilievo le contraddizioni del fisico, soprattutto la consapevolezza della gravità della scoperta. Emerge in sintesi nella dichiarazione dello stesso Oppenheimer: “I fisici hanno conosciuto il peccato e da questa consapevolezza non potranno mai liberarsi”.

Se ne era liberato il grande fisico italiano Ettore Majorana scomparendo il 27 marzo del 1938 nel corso della traversata da Napoli (era docente al Regio Ateneo) a Palermo. Studi forsennati il giovane Ettore appartenente a una prestigiosa famiglia siciliana di giuristi e studiosi di scienze matematiche e fisiche, inoltre grandissime capacità che Enrico Fermi riteneva paragonabili a quelle di Galilei o di Newton. Ma il grande fisico Majorana, che aveva, tra l’altro, teorizzato l’esistenza della particella fermionica anche come antiparticella (la conferma di ciò si è avuta solo nel 2012), nella consapevolezza che la fissione dell’atomo avrebbe potuto provocare anche grandi disastri, non volle di questi essere partecipe, preferì scomparire. Si parlò allora di suicidio o di rifugio in un convento. Diceva Ettore Majorana: “La fisica è su una strada sbagliata. Siamo tutti su una strada sbagliata”.

E il riferimento era ai “ragazzi di via Panisperna”, entusiasti di quanto la fisica stava portando avanti. Di certo la scienza non va fermata, dato che ogni scoperta ha anche l’aspetto positivo. La responsabilità, come in ogni cosa, è dell’essere umano che non riesce a tenere in conto i principi etici e morali. E nella bambina cantata dal poeta Nazim Hikmet c’è la natura dell’essere umano, la crudele sorte di Hiroshima e insieme la speranza della consapevolezza di cui, dopo tanti decenni, i leader, ventilando l’uso dell’atomica, sembrano, purtroppo, essere ancora carenti: “Un pugno di cenere, quella sono io/ poi il vento ha disperso anche la cenere… //Per piacere mettete una firma,/ per favore, uomini di tutta la terra/ firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini/ e possano sempre mangiare lo zucchero”..
Foto Pixabay.
Antonietta Benagiano
Lunedì 11 agosto 2025 – Anno XIX