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La cena delle anime è il titolo di questo singolare romanzo, che segna anche l’esordio di Maria Laura Berlinguer nel mondo della letteratura. E’ un titolo che racchiude la sintesi della storia raccontata, ne è il paradigma, e la Sardegna apre il sipario al mondo misterioso delle consuetudini e  degli atavici rituali custoditi  dai secoli, se non dai millenni, diventando protagonista  nella magnificenza di questi scenari.

La cena delle anime è una tradizione che rimbalza generazione dopo generazione, sollevando un velo di attesa per questa ricorrenza, che si svolge nella sera tra il primo e il due novembre, in nome dei familiari scomparsi, il cui spirito si crede ritorni per immergersi nei sapori e aromi della tavola apparecchiata con cura, in memoria di questi commensali speciali. Nel romanzo tale ricorrenza riveste anche altri profondi  significati, coinvolge i protagonisti  in un’attesa che promette  rivelazioni, quiete dopo lunghi periodi d’inquietudine.

E’ un’opera letteraria che apre suggestivi scenari nella Sardegna dell’Ottocento, sa inquisire con ingegno non comune aspetti delle vicissitudini umane che vanno al di là delle consuetudini e convenzioni sociali del nostro tempo. E’ uno scandaglio che s’inoltra tra le maglie di in un orizzonte temporale in cui la sfera dell’irrazionale è condizionata dalle ombre di un passato che incalza e condiziona il vissuto dei protagonisti. Fra i tramagli della realtà e della sua rappresentazione, la narrazione scorre fluida, nonostante il doppio filo che lega passato e presente, caratterizzato da  sospensioni che per ovvie ragioni seguono il ciclo logico degli eventi. La lettura, proprio per le dinamiche della storia raccontata, segue un ritmo quasi travolgente: l’autrice porta l’attenzione di chi legge col fiato sospeso fino all’ultimo capitolo, con poche pause, per via di uno stile che intriga e avvince.

C’è tutto l’incanto, il fascino e il mistero di un’isola in questo raccontare schietto, il fermento culturale di un’epoca condizionata dal suo ‘splendido isolamento’, per via dell’insularità allora piuttosto penalizzante.  Si mettono in luce aspetti  non propriamente caratteristici sul piano antropologico, dato che l’attenzione è rivolta ad una classe  benestante, con i suoi agi e privilegi, è tuttavia una condizione  armoniosamente inserita nella struttura sociale del tempo. I Dessì erano dei latifondisti che esercitavano un potere non indifferente nella comunità di Padria, piccolo centro rurale nel nord dell’isola, la gente del luogo era consapevole della loro autorità, e non osava contrariarne l’operato.

Un dettaglio che caratterizza i protagonisti nelle diverse generazioni – dall’’800 ai primi decenni del terzo millennio – è la passione per l’archeologia, che non è solo studio dell’immenso patrimonio archeologico della Sardegna, ma va oltre, ai confini del mistero, e si collega alle ombre dei familiari nottetempo scomparsi. Un segno di queste ‘presenze,’ mai allontanatesi del tutto dal vissuto dei protagonisti, è il volto misterioso che bussa sui vetri delle finestre, per richiamare l’attenzione di Iride, ultima depositaria dei segreti della famiglia Dessì.

Uno dei personaggi dediti alla passione per l’archeologia – il cui ruolo è ben tratteggiato dall’autrice del romanzo – è Vincenzo Dessì, insigne ricercatore e collezionista di reperti nuragici, al quale il Museo Archeologico Nazionale ed Etnografico di Sassari  ha dedicato un importante spazio. Egli è anche un avo di Maria Laura Berlinguer, autrice de “La cena delle anime”, nelle sue ascendenze ci sono proprio i Dessì.

Tra le anse di questa storia si percepisce qualcosa che va oltre l’estro creativo, si avvertono i passi lievi e discreti di un procedere nella narrazione che attinge dalla memoria e dal vissuto familiare, il tutto ben romanzato, in equilibrio fra trama e ordito delle vicende raccontate. Alla fine del libro, nel  rocambolesco  excursus degli eventi  di una famiglia benestante – racchiusi in un arco temporale di circa due secoli – raccontati con maestria, c’è poi una nota dell’autrice che conferma l’intuizione di un legante autobiografico. Fra rimandi generazionali che portano lontano nel tempo, agli avamposti delle vicissitudini di un mondo borghese ovattato, con i suoi severi regolamenti e i rituali ancestrali di un’epoca che viveva in simbiosi con le consuetudini del luogo, ci sono aspetti relazionali fortemente intrisi di superstizioni al limite dell’esoterismo.

Ossia una società che vive sotto un velo di norme morali, talvolta più coercitive di quelle giuridiche, alle quali non era concesso ribellarsi, né metterne in discussione la disciplina: non era consentito transigere, nemmeno quando si decideva di guidare la propria esistenza contromano col destino.

E’ uno degli aspetti che caratterizza la società del tempo, nel XIX secolo, e decide la sorte della protagonista, Mimì, che aveva deciso di non piegarsi in obbedienza  alla morale comune, spezzando così quell’ordito di convenzioni e formalismi che non contemplavano errori di sintassi del destino.

Ogni dettaglio della storia viene curato con scrupolo e perizia, è evidente una meticolosa ricerca sui caratteri distintivi più peculiari, sull’uso, per esempio, delle erbe medicinali e le applicazioni empiriche del tempo, sulle abitudini alimentari e la cucina sarda, dell’Ottocento in particolare. Speciale attenzione è stata rivolta alle pratiche magico-esoteriche di un personaggio che svolge la sua attività di “bruja”, ovvero maga, retaggio di un passato legato alle superstizioni più ostinate, tramandate dai secoli precedenti. Si trattava di donne che incutevano rispetto, non di rado influenti consulenti della sorte, al servizio di famiglie facoltose, ma anche del popolo, allorché se ne chiedeva sostegno con un consulto.

Dal XVII secolo in poi non furono  più perseguite dai terribili tribunali dell’Inquisizione, che della caccia alle streghe ne avevano fatto il capro espiatorio della lotta contro l’eresia, la loro presenza nelle piccole comunità era come un soccorso accessibile nelle intemperie della vita, erano temute e rispettate, con la dovuta distanza.

La caratterizzazione dei personaggi nel romanzo di Maria Laura Berlinguer, è lo specchio fedele degli scenari in cui si muovono, con i loro ruoli all’interno della famiglia Dessì e nella società rurale con la quale interagiscono. I membri delle famiglie, peraltro eccezionalmente formate da piccoli nuclei,  difendono con autorità, talvolta rigore, i privilegi, non permettono ingerenze estranee al loro status, e considerano l’onore un comandamento da osservare a qualunque costo, una sorta di vessillo nella rispettabilità del nome che portano. Su questo altare sarà poi sacrificata la vita di Mimì e della fedele bambinaia, Antonietta, e su tali assiomi morali si regge la gerarchia dei capifamiglia: don Augusto ben rappresenta l’identità speculare della sua casta.

Come ho già accennato, ma è forse un’opinione comune ai già tanti lettori, l’opera si legge con il fiato quasi sospeso fino all’ultimo capitolo. Il ritmo della narrazione, la successione delle varie fasi, hanno sequenze davvero coinvolgenti, l’autrice si avvale di  tecniche descrittive fedeli agli ambienti e paesaggi del luogo. Vi sono lirismi nei suggestivi tratteggi dei panorami sardi che hanno sfumature poetiche, e non potrebbe essere altrimenti data la bellezza pure aspra del luogo.

Ho trovato pregevole lo stile della prosa, i cui registri linguistici non sfiorano la retorica, neanche quando su certe fasi della narrazione si potrebbe essere tentati dalla magniloquenza. Un equilibrio piacevole dunque, che si mantiene costante nell’andamento scorrevole della lettura, e non la appesantisce con espedienti narrativi impropri. Una bellezza formale ed espressiva che va a vantaggio del risultato, proprio perché è un raccontare schietto, che non si avvale di voli pindarici, ma nemmeno di eufemismi per celare le ombre riflesse dai drammi nello svolgimento degli eventi.
Virginia Murru
Sabato 15 novembre 2025 – Anno XIX