Il Centa, fiume “creato”: storia e segreti
- 29 Settembre 2019
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Un fiume giovane, al termine di una storia lunga milioni di anni
Un corso d’acqua unico in Liguria.
Perché il Centa è il simbolo della piana ingauna.

Il Centa non è un fiume antico come gli altri. Non nasce da una sorgente propria: prende forma a Leca di Albenga, nel punto tradizionalmente indicato come Caput Centae, dalla confluenza dell’Arroscia e del Neva e percorre 3,2 chilometri prima di raggiungere il Mar Ligure a Capo Lena, quasi di fronte all’isola Gallinara.
Ma definire semplicemente il Centa come il risultato dell’unione di due torrenti non basta. Dietro quel breve corso d’acqua si nasconde infatti una storia molto più complessa, cominciata milioni di anni prima della sua formazione e legata alla nascita stessa della piana di Albenga.
Quando al posto della piana c’era il mare
Nel Pliocene, tra 5,3 e 2,6 milioni di anni fa, quando in Africa i primi ominidi iniziavano a camminare eretti, l’attuale piana ingauna non aveva ancora l’aspetto che conosciamo. Un ampio golfo penetrava nell’entroterra fino alle zone delle attuali Ortovero e Cisano sul Neva.
Nel corso di milioni di anni l’Arroscia e il Neva, insieme ai loro affluenti — fra i principali il Lerrone e il Pennavaire — trasportarono verso il mare enormi quantità di ghiaie, sabbie, limi e altri detriti provenienti dalle Alpi Liguri.
Deposito dopo deposito, il golfo venne colmato, mentre i movimenti tettonici e le variazioni del livello marino contribuivano a modificare la linea di costa.
La piana di Albenga — 45 chilometri quadrati oggi — è dunque in larga parte il risultato di questa lunghissima azione fluviale.
Durante il Quaternario il paesaggio continuò a cambiare. Zone paludose, acquitrini, alvei e bracci fluviali occuparono alternativamente diverse parti della pianura. Soltanto negli ultimi millenni il territorio assunse una configurazione più vicina a quella attuale.
Dalle Alpi Liguri al Centa: Arroscia, Neva, Lerrone e Pennavaire
Per comprendere quanto sia singolare il Centa bisogna guardare ben oltre i suoi 3,2 chilometri. Nel suo brevissimo corso finale si raccolgono infatti acque provenienti da un sistema di vallate che penetra profondamente nell’entroterra ligure e, attraverso il Pennavaire, raggiunge anche il versante piemontese.
L’Arroscia nasce dal Monte Frontè (2.153 m), nelle Alpi Liguri, e percorre circa 40 chilometri prima di raggiungere la piana di Albenga. Nel tratto inferiore riceve il Lerrone, che nasce nell’entroterra alle spalle di Casanova Lerrone e attraversa l’omonima valle prima di confluire nell’Arroscia.
Il Neva nasce invece nell’area del Monte Galero, sempre nelle Alpi Liguri, e percorre la valle che porta il suo nome attraversando, tra gli altri centri, Erli e Zuccarello. Il suo principale affluente è il Pennavaire, lungo circa 20 chilometri, che nasce nell’area di Caprauna, in Piemonte, attraversa l’omonima valle e confluisce nel Neva a Martinetto di Cisano sul Neva.
Poco prima di raggiungere Leca, dunque, l’Arroscia ha già raccolto le acque del Lerrone e il Neva quelle del Pennavaire. A Caput Centae i due sistemi si incontrano e da quel punto tutte queste acque assumono un unico nome: Centa.
Prima del Centa: un sistema a ventaglio
Qui si trova forse l’aspetto più importante per comprendere la storia del Centa.
Prima della sua formazione non dobbiamo immaginare l’Arroscia e il Neva come due corsi ordinati e paralleli che arrivavano fino a Leca e che a un certo momento qualcuno decise semplicemente di unire. Il sistema era molto più complesso.
A monte dell’attuale Caput Centae, verosimilmente nel settore compreso tra Villanova e Bastia, il sistema vallivo si apriva nella grande piana alluvionale. Da qui verso il mare le acque dell’Arroscia, del Neva e dei corsi minori potevano distribuirsi attraverso alvei mobili e zone di espansione, modificando il proprio percorso durante le grandi piene. Non esisteva ancora il punto di confluenza stabile che caratterizza l’attuale assetto del Centa.
Le grandi piene potevano spostare i corsi, abbandonare un alveo e rioccuparne un altro. Quello della piana ingauna era quindi un sistema fluviale instabile e continuamente mutevole.
Leca non costituiva dunque l’apice naturale di un ventaglio fluviale. Il luogo oggi conosciuto come Caput Centae rappresenta piuttosto il punto nel quale, al termine di una lunga storia di trasformazioni naturali e interventi dell’uomo, Arroscia e Neva furono convogliati verso l’unico alveo del Centa.
L’Arroscia e il Pontelungo
Una testimonianza straordinaria dell’antico assetto idrografico è ancora visibile a levante della città: il Pontelungo.
Uno dei principali corsi dell’Arroscia attraversava infatti quella parte della piana e passava sotto il grande ponte a dieci arcate. L’antica denominazione Pontis Arociae, conservata nelle fonti medievali, lega esplicitamente quel ponte all’Arroscia.
Da Pontelungo l’antico corso proseguiva verso levante, raggiungendo il mare verosimilmente nel settore dove oggi si trovano le regioni Arroscia e Antognano, in direzione dell’attuale confine tra i comuni di Albenga e Ceriale.
Il Neva interessava invece maggiormente il settore occidentale e meridionale della pianura, verso Vadino e la costa.
Non esistevano tuttavia confini immutabili tra questi percorsi. Durante le piene le acque potevano espandersi su un fronte molto ampio, modificando gli alvei e rioccupando antichi tracciati. Parlare delle antiche foci dell’Arroscia e del Neva significa quindi riferirsi a un sistema idrografico mutevole, nel quale i percorsi terminali poterono modificarsi nel corso del tempo.
È proprio questa mobilità a spiegare perché la sistemazione idraulica della piana non possa essere attribuita a una singola opera realizzata in pochi decenni.
Come nacque realmente il Centa
La formazione del Centa va dunque interpretata come un processo.
Dal Medioevo in avanti si susseguirono deviazioni, arginature e tentativi di indirizzare le acque, con l’obiettivo di difendere Albenga, le campagne, le strade e le attività economiche.
La tradizione storica ha attribuito anche alla Repubblica di Genova un ruolo nella deviazione dei corsi d’acqua, collegando questi interventi sia alla difesa della città sia al progressivo interramento dell’antico porto di Vadino. È tuttavia opportuno distinguere questa interpretazione dai fatti sicuramente documentati.
Ciò che appare evidente è che nel corso dei secoli il sistema idrografico cambiò radicalmente.
Un nuovo corso finì per lambire la cinta occidentale di Albenga, mentre gli apporti alluvionali contribuirono all’avanzamento della costa e alla trasformazione dell’antico approdo.
Il vecchio alveo dell’Arroscia nella zona di Pontelungo non scomparve immediatamente. Rimase a lungo riconoscibile e, durante le grandi piene, poteva tornare a ricevere le acque. Dal XVI secolo risultava ormai in gran parte asciutto.
Una sistemazione durata secoli
La violenta alluvione del 1564 mostrò quanto il problema fosse ancora lontano dall’essere risolto.
I Magistrati di Albenga si trovarono di fronte non semplicemente alla necessità di contenere un fiume, ma a quella di governare un’intera pianura alluvionale nella quale le acque potevano divagare e aprirsi nuovi percorsi.
Seguirono progetti e interventi ripetuti. Tra quelli ricordati dalle fonti figurano il progetto del Molasana del 1587, gli studi dell’architetto Francesco Da Nove e, nel 1647, l’intervento del commissario Gio Battista Pallavicini, delegato dal Senato genovese.
Mappa storica della piana di Albenga del 1587 (conservata nell’Archivio di Stato di Genova)
Le richieste di sistemazione continuarono nei secoli successivi, sotto la Repubblica di Genova, la Repubblica Ligure e durante il periodo napoleonico.
Il Centa che conosciamo oggi è quindi il risultato finale di questa lunghissima vicenda: non un fiume nato in un giorno, ma un corso modellato nel tempo dall’incontro tra dinamiche naturali e interventi umani.
Caput Centae
A Leca, nel punto tradizionalmente indicato come Caput Centae, Arroscia e Neva confluiscono oggi dando origine al Centa.
È un corso brevissimo, lungo 3,2 chilometri, ma raccoglie le acque di un bacino enormemente più vasto, formato soprattutto dai sistemi dell’Arroscia e del Neva e dai loro affluenti.
Da Leca il fiume scende verso Albenga, costeggia a ponente il centro storico e raggiunge il Mar Ligure a Capo Lena, quasi di fronte all’Isola Gallinara.
Albenga e il suo fiume
Una volta stabilizzatosi lungo il lato occidentale della città, il Centa divenne parte integrante del paesaggio urbano.
Fu barriera naturale, ma anche risorsa. Le sue acque e quelle del sistema idrografico della piana alimentarono attività agricole, mulini e canali irrigui.
Allo stesso tempo il fiume rappresentò per secoli una minaccia.
Le cronache ricordano ripetutamente piene e inondazioni. Gli argini vennero costruiti, modificati e rinforzati più volte, senza riuscire a eliminare completamente il rischio rappresentato da un bacino idrografico molto esteso che concentra le proprie acque in un tratto finale estremamente breve.
Il fiume che costruì la piana
Il rapporto fra Albenga e il Centa non può però essere compreso limitandosi agli ultimi secoli.
Le stesse acque che hanno minacciato la città sono eredi di quelle che, nel corso di milioni di anni, hanno contribuito a costruire la sua pianura.
Arroscia, Neva e i loro affluenti hanno trasportato verso la costa enormi quantità di sedimenti. La linea del mare si è così modificata nel tempo e nuovi terreni sono emersi dove un tempo arrivavano le acque marine.
Anche l’antico porto di Albenga, nell’area di Vadino, subì le conseguenze di questi processi di sedimentazione e delle successive modificazioni dell’assetto fluviale.
Il rapporto fra il mare e la città cambiò quindi continuamente: mentre la pianura avanzava, Albenga si allontanava dall’antica linea costiera.
Le alluvioni e il ritorno degli antichi alvei
La storia più recente dimostra quanto gli antichi percorsi dell’acqua possano sopravvivere nella struttura della pianura.
Durante le grandi alluvioni, infatti, un fiume può cercare nuovamente le depressioni e i percorsi che appartenevano al suo antico sistema idrografico.
Il 5 novembre 1994 una violentissima piena del Centa investì Albenga e la sua piana. Le acque invasero strade, abitazioni e campagne e, dopo la rottura dell’argine in regione Cavallo, interessarono anche il settore verso Pontelungo.
L’episodio richiamò drammaticamente l’attenzione su una caratteristica fondamentale della piana: sotto strade, coltivazioni e insediamenti moderni sopravvive la morfologia costruita nei millenni dai corsi d’acqua.
Dopo quell’alluvione furono rafforzati gli interventi di protezione e i sistemi di monitoraggio, ma il Centa continua inevitabilmente a richiedere attenzione.
Il Centa come memoria culturale
Il Centa non è quindi soltanto un corso d’acqua.
È la sintesi visibile della storia naturale e umana della piana ingauna.
Nel suo breve percorso confluiscono idealmente milioni di anni di trasformazioni: il golfo pliocenico, i sedimenti trasportati dalle Alpi Liguri, il grande ventaglio degli antichi alvei, l’Arroscia che attraversava Pontelungo, il Neva che interessava il settore occidentale della piana, le deviazioni medievali, le arginature dell’età moderna e gli interventi contemporanei.
Il Pontelungo, rimasto oggi lontano dall’acqua che un tempo attraversava, è forse l’immagine più evidente di questa storia.
Un ponte senza più il suo fiume racconta meglio di molte carte geografiche quanto profondamente l’idrografia della piana sia cambiata.
Un fiume giovane con una memoria antichissima
Definire il Centa un «fiume giovane» rimane dunque corretto, purché si precisi che giovane è l’assetto unitario del corso che oggi porta questo nome, non il sistema idrografico dal quale deriva.
La sua nascita non va racchiusa in una singola data né attribuita con certezza a un unico intervento.
È il risultato di una trasformazione durata secoli, innestata sopra una storia geologica durata milioni di anni.
A Leca, Arroscia e Neva oggi diventano Centa. Ma quelle acque portano con sé la memoria delle montagne, degli antichi alvei e del mare che un tempo penetrava profondamente nell’entroterra.
Per questo il Centa può essere considerato il simbolo della piana ingauna: un fiume di appena 3,2 chilometri nel quale è racchiusa la storia di un intero territorio.
Vincenzo Bolia
Fonti e riferimenti
• Piano di Bacino Stralcio sul Rischio Idrogeologico, Provincia di Savona – bacino del Centa: 432 km²; lunghezza del Centa: 3,2 km.
• Carta Tecnica Regionale Liguria 1:25.000 e Geoportale Regione Liguria.
• Parco Naturale Regionale delle Alpi Liguri – dati geografici sull’Arroscia e sul Monte Frontè.
• Regione Liguria – Piano di tutela dell’ambiente marino e costiero, Ambito 08: Capo Lena, foce del fiume Centa.
• Comune di Albenga – Il Pontelungo e Centro Storico.
• Nino Lamboglia, studi su Albenga romana e sull’evoluzione del litorale ingauno.
• Archivio Storico del Comune di Albenga: alluvione del 1564; disegni Molasana del 1587; Francesco Da Nove; commissario G.B. Pallavicini, 1647; alluvione del 3-4 ottobre 1744.• Cronache dell’alluvione del 5 novembre 1994 – rottura dell’argine in regione Cavallo.
Domenica 29 settembre 2019 – Anno XIII




















