Popoli e libertà: la Storia parla chiaro
- 18 Febbraio 2026
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La difesa della democrazia passa dal dissenso civile e dalla libertà di stampa, ieri come oggi negli scenari internazionali

La storia infatti è costellata di eventi che hanno deciso il destino di un popolo, e non si è trattato solo di rivoluzioni armate organizzate dalle masse, ma anche di resistenza civile, di tumulti interni con manifestazioni di protesta nei confronti di un regime oppressivo e autoritario. Nel XIX e XX secolo uno dei canali privilegiati per rimettere la corona alla democrazia è stato il dissenso espresso tramite la stampa.
E’ stata la via privilegiata per mettere in rilievo l’importanza della libertà d’espressione, non di rado sancita proprio dalla Costituzione degli Stati tenuti in pugno da governi orientati verso una politica sociale ed economica oppressiva, i quali hanno ignorato i principi e le norme a tutela dei diritti del cittadini.
La Rivoluzione francese certamente è stata una buona miccia accesa sulla strada dei valori democratici, ma nel percorso storico dei popoli che hanno sperimentato l’oppressione di una dittatura, la rivolta è partita dalla base, dalle masse, senza ricorso alle armi. Raramente, sempre in riferimento agli ultimi secoli e al nostro tempo, si è trattato di manifestazioni di protesta violente: spesso i contrasti, le agitazioni nelle piazze, sono state il risultato di una presa di coscienza civile, il rigetto dell’autoritarismo. Ad eccezione degli eventi bellici relativi al secondo conflitto mondiale, dove le divergenze e le opposizioni al potere non sono stati mezzi di lotta efficaci, funzionali al regime totalitario instaurato dal Nazismo in Germania.
Nessun popolo si rassegna ad essere escluso dalle vicissitudini politiche e le scelte di carattere sociale. In fin dei conti queste sono strategie che finiscono per relegarne il ruolo ai margini di un decisionismo nel quale prevale l’ordine che viene dall’alto, che poi è una gerarchia verticale, ossia il bastone del comando, vertice di questa piramide. Sono questi i casi in cui i diritti e gli interessi del popolo sono l’ultimo scrupolo di chi lo amministra, facendo ricorso ad ogni sorta di prevaricazione e iniquità pur di immobilizzarne i moti, le insurrezioni.
Una delle manifestazioni evidenti di questo modo d’intendere la politica attuata con la clava dell’autoritarismo, è l’imposizione fiscale, la mancanza di una perequazione tributaria che corrisponda ai principi della giustizia sociale. Dispotismo che porta a schiacciare la capacità di produrre reddito, perché si limita al sostentamento, a volte alla mera sopravvivenza. Accade quando si perseguono strategie politiche oppressive, che sfruttano deliberatamente le risorse di uno Stato per fini che non tengono conto nemmeno dell’importanza del welfare. Si cancella in definitiva la dignità delle persone, delle famiglie, costrette a fare l’impossibile per procacciarsi i beni più elementari.
La mancanza dei diritti fondamentali, quali la libertà in ambito personale, civile e sociale, col tempo non possono che causare piccoli terremoti interni, che sulle prime si esprimono con un cauto malcontento, allorché si tratta di dittatura basata su sistemi repressivi. Quasi sempre sono spinte dal basso destinate a diventare rigetto, protesta, tumulto nelle piazze, nonostante il prezzo da pagare sia una pena detentiva, nel peggiore dei casi l’intervento armato delle forze di polizia, addestrate per sedare a qualunque costo la ribellione alla coercizione violenta. Intanto, chi governa ha già tentato di piegare all’obbedienza l’ardire degli spiriti più risoluti e pronti a tutto, tramite i mezzi più barbari, quali la manipolazione della stampa, gli arresti arbitrari dei soggetti più coraggiosi nel corso delle proteste, dunque l’intimidazione e la paura, e infine la repressione violenta con il ricorso alla tortura, e non di rado all’eliminazione dei più riottosi.
Non sono pratiche esclusive di un passato più o meno recente, sussistono ancora oggi, e avvengono alla luce del sole, in regimi che si definiscono democratici, mentre esercitano il mandato affidato dagli elettori in maniera tutt’altro che affine ai principi della Costituzione.
Conosciamo bene il costo umano di queste repressioni nel Novecento, in Italia durante il Ventennio non è stato uno scherzo. Ma gli esempi si possono riscontrare in ogni parte del mondo: Cile e Argentina, tra i più emblematici, ma non solo. Sono Stati che hanno ben sperimentato le conseguenze di una dittatura e i suoi deragliamenti nella violenza più turpe.
Quello che sta accadendo oggi negli Usa sta portando forte dissenso ovunque nel paese, sta riempiendo le piazze di sdegno e protesta. Le risposte del governo Usa al senso critico e al rigetto dell’autoritarismo, lo giudicano certamente adesso i cittadini americani, ma sarà la Storia con la sua asettica narrazione fondata sugli eventi e sui fatti, ad esprimere l’ultima parola. Ciò che sta inquietando gli americani è la tendenza a minimizzare misure gravissime, al limite di un regime reazionario. Oscurarne poi i risvolti, i fatti, con dichiarazioni eloquenti, sono la conferma di un clima d’intimidazione. La stampa è un target sempre sul bersaglio, e l’insofferenza verso l’attività giornalistica è speculare di questi orientamenti autoritari. Eppure lo slogan impresso in modo inequivocabile sulla prima pagina del quotidiano ‘Washington Post’, vuole essere un monito per chi attentasse ai valori della trasparenza e libertà d’espressione: “Democracy dies in darkness”.. Quasi un assioma, ma c’è tutta l’essenza, i fondamenti della vera Democrazia.
La memoria potrebbe portare anche alla cosiddetta Rivoluzione dei garofani (1974) in Portogallo, allorché le stesse forze armate, stremate dalle guerre coloniali, decisero di rivoltarsi contro il regime dell’Estado Novo. L’implosione di questa tensione interna portò ad un vero e proprio colpo di Stato, e il popolo, nonostante lo stretto controllo dovuto alla circostanza, scese in piazza per sostenere la rivolta in atto. Alla fine, i disordini che ne conseguirono furono il tributo necessario ad una transizione verso la democrazia, e la conseguente destituzione del regime.
Qualcosa di simile è poi avvenuta alla fine degli anni ’80 nella DDR, Germania Est, la gente cominciò ad esprimere il suo dissenso attraverso proteste di piccoli gruppi, che diventarono sempre più consistenti, le manifestazioni erano pacifiche, e il governo quasi non provò nemmeno a reprimerle in modo autoritario, anche se aveva mezzi di polizia piuttosto convincenti. Semplicemente si rese conto che c’era aria di cambiamento, il popolo non si sarebbe fermato, intendeva cambiare prospettiva e abbattere i limiti spessi come muri che impedivano alla gente anche le libertà più essenziali, quale quella di movimento. Il muro di Berlino, del resto, era il più evidente impedimento verso un transito legittimo sulla via di uno Stato di diritto. Nella riunificazione della Germania, Mikhail Gorbachev svolse un ruolo chiave, questo grande statista ha rappresentato la svolta per i Paesi dell’Est.
Gli Stati satelliti dell’ex Unione Sovietica, acquisirono l’indipendenza senza versare sangue in lotte cruente, il fatto è che i tempi erano maturi, e alla guida dell’Unione Sovietica c’era un personaggio che aveva capito le ragioni del cambiamento, e di tutto aveva fatto per favorirne il corso. L’Europa dell’Est e la stessa Unione Sovietica, tanto devono a Gorbachev e alla sua Perestroika. E’ stato un precursore di tempi nuovi, ed equilibri geopolitici basati sui principi democratici, trasparenza e rispetto della libera determinazione dei popoli. Il Premio Nobel per la Pace (1990), è stato un Riconoscimento fondato sui grandi meriti conseguiti anche a costo di grandi rivolgimenti, e un totale sconvolgimento di confini ad Est.
C’era all’epoca in Urss chi manifestava resistenza e ostacolava la transizione verso un assetto più liberale, politici arroccati ancora sull’esigenza di un controllo tramite gli artigli di un regime totalitario. Accusavano Gorbachev di avere rivoluzionato il sistema politico ed economico interno in modo traumatica, poiché, secondo i loro intendimenti, non si accontentava di aprire le porte del Paese all’Ovest con relazioni distese e di reciproca fiducia tra i leader, ponendo così fine al gelo della guerra fredda, ma spalancava anche le finestre in quell’aria oppressiva di chiusura e diffidenza, Insomma si accusava il nuovo leader di avere trasformato e domato il leone Urss, ‘costretto’ a mangiare ‘verdure’..
Gorbachev era considerato, dai più conservatori del Paese – che non erano disposti a rottamare le loro ancore ideologiche – quasi una idiosincrasia del sistema, tenuto saldo fino ad allora da un rigido assetto interno.
I funzionari del regime più ortodossi non erano entusiasti come lo era il popolo, che cominciava ad assaporare quel clima di frizzante libertà. Consideravano Mikhail Gorbachev troppo acquiescente alle spinte dell’Occidente, una sorta di cavallo di Troia che aveva reso i confini dell’Urss non più a prova di scasso, ma ingressi in cui la civiltà e i diritti del popolo circolavano come ingredienti di una nuova ricetta politica, che tutto travolgeva in quella disciplina marziale. La perestrojka era poco meno di un attentato all’ordine costituito. Tutto questo non cambiò la determinazione di Gorbachev, e i suoi obiettivi di riformare lo Stato sovietico. Fu una rivoluzione sommersa che andava avanti sotto traccia, fino alla dissoluzione del gigante URSS nel 1991, dopo il tentato colpo di Stato dei conservatori. Il nuovo corso iniziava con l’indipendenza dei Paesi Baltici, e diverse altre Repubbliche, infine il cambiamento del nome, da URSS in Russia.
Alla fine del 2010 in tanti Stati arabi cominciarono manifestazioni di protesta, con sommosse non violente, la prima ‘mina’ esplose in Tunisia, poi fu una sorta di effetto domino che coinvolse Egitto, Libia, Yemen, Siria, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Sudan e diversi altri. L’insofferenza verso i rispettivi regimi, nel 2011 si intensificò, portando i problemi interni all’attenzione del mondo, in particolare dell’Occidente. Si è trattato del fenomeno delle cosiddette Primavere Arabe, così definite perché il passaggio da un regime oppressivo ad uno più liberale, non si attuò con disordini armati o vera e propria violenza. L’uso della violenza aveva riguardato la condanna a morte di alcuni capi di Stato, considerata un atto di giustizia dai rispettivi popoli arabi. Gli eventi importanti che cambiarono gli equilibri interni, furono il risultato di una scelta di quei popoli, che ribellandosi decisero anche la loro autodeterminazione.
Gli stravolgimenti in atto oggi nel mondo, stanno creando un motivato clima di allarme, a causa degli eventi traumatici legati al genocidio in atto a Gaza, la destabilizzazione continua degli equilibri geopolitici nei territori occupati in Cisgiordania, e in Medio Oriente in generale. Il mondo era fino ad oggi all’oscuro delle trame di un potere occulto che tesseva la sua tela di ragno ovunque, corrompeva sistemi e Stati sovrani, per poi piegarli al proprio volere tramite ricatti legati a fatti inquietanti, in parte ancora avvolti nelle tenebre, dove nemmeno la parte più integra dell’Umanità, ossia i bambini, sono stati risparmiati da questo micidiale tiro al bersaglio.
Scrivere nelle colonne di un quotidiano, oggi, è come mettere le mani in un cassonetto, si scava e si estrae quel che si può trovare in luoghi simili. E si stenta a capire, a vagliare, a credere che sia possibile. Non si riesce nemmeno a concepire ciò che il mondo ha affrontato da circa due anni a questa parte. Il sentore di qualcosa che viaggiasse in incognito nelle nostre strade, in un’apparente normalità, c’era, ma nessuno avrebbe immaginato che si potesse arrivare a tanto.
Negli Usa, le pretese del Presidente di annettere ‘con le buone o le cattive maniere’ Stati come il Canada e la Groenlandia, hanno lasciato interdetto l’intero pianeta. Non esiste una ragione valida per avanzare simili richieste, il mondo non può che essere impreparato a simili azzardi. Una decina d’anni fa, se qualcuno lo avesse previsto, lo si sarebbe accusato di eversione mentale, o meglio perversione. Eppure..
Se di questi tempi, dove nessuno è vaccinato all’imponderabile, all’impossibile, malgrado i riscontri della cronaca quotidiana, uno dei più autorevoli leader europei, si alzasse una mattina sostenendo che in un solo boccone volesse inghiottire nei suoi confini la Francia e la Spagna.. beh, che effetto produrrebbe in Europa?
Solo pensarlo sembra ’fantascienza’.. Forse, per precauzione, si correrebbe anzitempo dentro i rifugi antiatomici, tale sarebbe la gravità dell’azzardo. O forse nessuno darebbe credito a questo ipotetico e intraprendente leader europeo. Oppure la notizia sui giornali si attribuirebbe all’IA, ai logaritmi improvvisamente impazziti, diventati simili ad una minaccia di atomi in collisione: un incubo. Eppure..
Eppure mister Trump ci dice che eventi di tale portata, ovvero simili stravolgimenti, sono stati minacciati, scomodando perfino il segretario della Nato, che ha provato a rabbonire la tigre, assicurandogli un corrispettivo meno insidioso; comunque al momento il pericolo sembra scongiurato. E tuttavia, con tutta la mole di eventi gravi che la stampa ci lascia ogni giorno sotto gli occhi, siamo tutti dentro una graticola di fatti roventi che vanno oltre la nostra comprensione. Come se i nostri recettori avessero sviluppato difese contro un sistema di fatti impressionanti, e soprattutto a prova di verità.
Viviamo in fin dei conti sospesi ad una sfera di gravità che ci porta alle soglie dell’assurdo. La realtà si scompone sempre più in clamori drammatici, frammenti insostenibili per l’equilibrio al quale, in qualità di esseri umani degni di questo nome, tendiamo.
Foto elaborata dall’autrice dell’articolo.
Virginia Murru
Mercoledì 18 febbraio 2026 – Anno XX




















