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Il punto della prof Antonietta Benagiano


Eraclito di Efeso, considerato il pensatore oscuro

Che cosa è la realtà, ovvero ciò che esiste effettivamente e concretamente? Per Eraclito, il filosofo di Efeso definito skoteinòs (oscuro), vissuto tra il VI e V secolo a. C., la realtà è un precario equilibrio tra forze opposte, così anche in ciascun soggetto che si dibatte tra bene e male. A distanza di millenni il suo pensiero appare ancora valido sia tra i singoli esseri umani, sia fra gli Stati dei vari blocchi del pianeta in preda a squilibri. Sono tutti, a qualsiasi latitudine, immersi nella lotta, e l’equilibrio cui faticosamente si tenta di pervenire è soltanto apparente, come mostrano qua e là le situazioni globali.

Per tornare a Eraclito, ciò accade perché è Polemos (lotta, guerra) “padre di tutte le cose -come recita il frammento 22- di tutte è re, e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi” . Nel filosofo di Efeso c’è, però, poi il Logos, ovvero la legge universale che tutto governa, a portare alla saggezza di convenire che tutto è uno. La guerra dei contrari sembra pervenire quindi all’armonia, il principio è l’unità degli opposti, pertanto Dio è giorno-notte inverno-estate guerra-pace. Nel panta rei  (tutto scorre), principale principio eracliteo, non si può, però, che attingere per un attimo l’armonia: ogni cosa si rovescia nel suo opposto, questa è la legge universale cui tutto soggiace. Così è ancora nel nostro tempo, basta riflettere sulle varie situazioni, su quelle sociali, sulla conflittualtà fra gli Stati: sembra che i rapporti stiano per approdare a decisioni di saggezza, poi il tutto si rovescia. Ugualmente accade nelle guerre più menzionate, la russo-ucraina e quella fra Palestinesi e Israeliani, or l’una or l’altra parte rovescia quanto dovrebbe portare alla tregua, alla pace. Domina la indifferenza della tragedia.

E neppure sembra che funzioni la teoria darwiniana secondo la quale i più capaci avrebbero la meglio sui meno capaci, a meno che non si intenda per capacità quella di imporsi anche attraverso sistemi implicanti tutto il negativo del soggetto umano sino alla ritorsione sullo stesso soggetto proprio di quella capacità che pone in atto. Se l’adattabilità che dà la sopravvivenza è quanto vediamo oggi diffuso nel mondo non siamo più certi, però, che possa il mondo comunque procedere. Si potrebbe giungere al limite e ciò decretare una, diciamo, evoluzione (termine improprio in tal caso) verso lo l’arresto, lo spegnimento. Per ora, dando uno sguardo al mappamondo, c’è ovunque la baldanza della contrapposizione su ogni piano, della lotta e, a scatenarla, ogni cosa può fungere come casus. Avviene, oltre che nelle famiglie e tra le collettività, all’interno degli Stati e nei rapporti esteri, e nell’attualità forse più di quanto storicamente riscontriamo essere da sempre avvenuto.

Tutto è finalizzato allo scontro fra le parti, e per esso vengono anche ripresi eventi di tempi ormai remoti, riproposti con possibilità di attualizzazione per giustificare lo scatenarsi della vis. Onore al sacrificio per la libertà, onore a quanti per la libertà non scelsero il suicidio, come Catone da Dante immortalato (Purgatorio, canto I, vv.70-72), ma molto di più, di essere sottoposti a indicibili torture prima della morte per lasciare in eredità la libertà. Non dobbiamo dimenticare, ma educare a che la memoria non diventi vis, a che il loro sacrificio non sia ad uso di parte. Non può farsi escamotage. Inoltre molti altri pericoli incombono nel mondo, sui quali non ci si sofferma, in Occidente, a esempio, il tramonto della sua stessa civiltà, e dovrebbe essere quel tramonto posto all’attenzione per non divenire l’Occidente succube di quanto è distante dal suo millenario patrimonio culturale. Nessuno fa caso, o accade che vengano quei pericoli distorti, oppure che si vada anche alla ricerca di soluzioni ancor più dannose.

Eppure è dai primi decenni dello scorso secolo che si discute del tramonto dell’Occidente. Un annuncio che diede notorietà allo sconosciuto professore tedesco Oswald Spengler proprio per quella congerie di dati ne “Il tramonto dell’Occidente” ordinata in modo da costituire una struttura ciclica della storia, e alla visione spengleriana si sono rifatti altri storici e filosofi del Novecento.  Dice Spengler: “Noi non abbiamo la possibilità di realizzare questo o quello ma la libertà di fare ciò che è necessario o nulla; ed un compito che la necessità della storia ha posto verrà realizzato con il singolo o contro di esso. Ducunt volentem fata nolentem trahunt”.  Splenger riporta la frase che Seneca riprese dal filosofo stoico Cleante: Il fato conduce colui che vuole lasciarsi guidare, trascina colui che non vuole. Tra “fare ciò che è necessario o nulla” non inutile ma razionale è fare ciò che è necessario.
(Antonietta Benagiano)