“FABER QUISQUE VITAE SUAE”, IL PUNTO DELLA PROF ANTONIETTA BENAGIANO
- 23 Novembre 2025
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La libertà, che è preesistente a qualsiasi civiltà, si basa, particolarmente nel nostro tempo, sull’autonomia individuale, vale a dire sulla capacità di agire senza alcuna costrizione tenendo, però, in considerazione il rispetto degli altri, delle leggi. La libertà deve inoltre fare i conti con la fragilità, nel corso della vita l’essere umano se la porta con sé dall’infanzia alla vecchiaia. Ogni singolo soggetto ha sì in dono il pensiero, come rifletteva Pascal, comunque resta -noi ribadiamo- pur sempre quel che il filosofo premetteva al privilegio del pensare, “una canna, la più debole della natura”. Non è nota negativa, anzi pars costruens, pensiamo, a esempio, al messaggio de “La ginestra” di Leopardi dove la fragilità diventa forza di trasformazione e di riscatto. riscatto.
Se consideriamo la libertà nella sua oggettività, riscontriamo che per essa si lotta e ci si immola, a partire dalle gesta eroiche dell’antica Grecia, basti ricordare i caduti alle Termopili per i quali Simonide canta: “gloriosa è la sorte, grande l’impresa e un’ara la tomba”. In straordinarie gesta si è configurato per millenni l’eroismo collettivo e singolo. Vogliamo menzionare Antigone, protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle, eroina sotto altro aspetto poiché rinuncia alla vita per non sottomettersi all’ordine ingiusto del re Creonte; e aggiungiamo Catone Uticense, suicida anch’egli per non sottostare a Cesare. Verrà dall’Alighieri immortalato nel I canto del Purgatorio dove Dante sarà a Catone presentato quale colui che “libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta”. Catone appunto. Tanti altri andrebbero menzionati quali exempla. Anche il suicidio viene quindi considerato una forma di eroismo, se attuato per la libertà o per evitare che altri possano ricevere danno qualora, nella insopportabilità, a esempio, delle torture che sadicamente l’uomo infligge al suo simile, si teme di poter fare rivelazioni che possano provocare ad altri sofferenze indicibili. Come succede agli eroi dimenticati delle dittature, delle guerre, docet anche l’ultimo conflitto mondiale oltre ai tanti periodi tragici che ancor oggi gli esseri umani vivono nel loro cammino storico lastricato di crudeltà. Ma pure in tempi di pace tantissimi gli eroi, sono coloro che agiscono per motivi altruistici, non per ricchezza e fama, quanti rischiano la vita nell’adempimento del proprio dovere, per la salvezza di altri, difendendo diritti e contrastando violenze. Neppure nel presente sono, per buona sorte, scomparsi. scomparsi.
Faber quisque vitae suae, diciamo riprendendo l’adagio latino cui sostituiamo vitae a fortunae: non la sorte ci interessa, ma la vita, soprattutto nel nostro tempo volto alla libertà assoluta, sciolta da qualsivoglia legame o appendice, da ogni forma di sacralità. Siamo nel terzo millennio e questo primo quarto del XXI secolo è stato segnato da eventi significativi già oggetto di analisi, da svolte comportamentali, dall’ascesa soprattutto dell’Intelligenza Artificiale, ogni campo invade ridimensionando l’essere umano che manifesta i suoi limiti e più non riesce a spiegare certi approdi di ciò che lui stesso ha creato. I superlativi avanzamenti dell’AI non lo hanno, però, liberato da tante esperienze indesiderate, a esempio da quel decadimento fisico inevitabile con l’avanzare dell’età: il tempo, scorrendo, lascia i suoi segni nella salute del corpo, nell’aspetto che cliniche estetiche solo in parte possono ridurre. Né psichiatri e neurologi riescono a ridimensionare i disagi vieppiù marcati della mente. Vero è che i mali fisici sono presenti a qualsiasi età e insieme le prostrazioni psichiche, paiono anzi cresciute nel nostro tempo che richiede bella presenza ed efficienza, e quanti passano a non più possederle dopo averle possedute maggiormente cadono in prostrazione se non hanno altre ancore di salvezza. Anche la sofferenza di chi non si vede in possesso delle doti richieste può giungere a un punto talmente alto da non fargli amare più la luce che sorge, da voler rinunciare ad essa. E ci sono poi le sofferenze di quanti sono affetti da indicibili mali fisici che i farmaci solo per breve tempo alleviano, e si aggiunge a costoro anche la pena dei loro cari costretti per essi a vivere una vita non più normale.
Chi fare vincente tra l’amore, la sacralità della vita e l’amore per l’altro? Faber quisque… e ciascuno decide. Può accadere di decidere per la vita perché la breve pausa dalla sofferenza fa tornare al suo abbraccio, come ad ogni aurora torna all’abbraccio la barbona o il barbone che nulla possiede al di fuori dell’altrui incerta carità. “La vita è una cosa spiacevole”, come diceva Schopenhauer, anche se per lui non lo era affatto? Dipende anche dall’analisi che si fa di essa, che ciascuno è in grado di fare della propria vita obiettivamente valutando le reali difficoltà nel proseguire la vita. A questo punto, però, chi può mettere becco sulle decisioni altrui non avendo vissuto proprio le situazioni di chi ha deciso di segnare da sé l’ultima alba?
Antonietta Benagiano
Domenica 23 novembre 2025 – Anno XIX



















