Morto il fotografo Umberto Pizzi: ha immortalato per decenni i vizi mondani della politica
(Adnkronos) – E’ morto Umberto Pizzi, ultimo paparazzo della ‘Dolce Vita’ e fotografo del Cafonal, che per oltre mezzo secolo ha raccontato l’Italia attraverso i volti dei suoi protagonisti e le immagini dei suoi ambienti mondani, tra feste, tavolate, salotti e notti romane. Nato a Zagarolo (Roma) nel 1937, avrebbe compiuto 89 anni tra pochi giorni, il prossimo 7 ottobre.
Dai divi di Hollywood ai palazzi della politica ai salotti della mondanità romana della Prima e della Seconda Repubblica, Pizzi ha attraversato la storia italiana con la macchina fotografica al collo: è stato fotoreporter di guerra, ‘paparazzo’ della Dolce vita e dei Cafonal di Dagospia. Negli ultimi anni ha avviato la collaborazione con ‘Il Fatto Quotidiano’.
Ha pubblicato i suoi scatti su testate italiane e internazionali, tra cui “Time”, “People Magazine”, “Sunday Express Magazine”, oltre a collaborare con Dagospia e, negli ultimi anni, con “Il Fatto Quotidiano”.
La carriera di Pizzi comincia come giovanissimo fotoreporter, lavorando per conto della Fao in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania, entrando così in contatto con scenari molto lontani da quelli della mondanità romana che avrebbe segnato la parte più conosciuta della sua carriera. E’ però nella Roma della Dolce Vita che il suo nome comincia a diventare familiare. Negli anni Sessanta Pizzi frequenta i luoghi della mondanità della capitale e segue da vicino le grandi star del cinema italiano e internazionale. La sua macchina fotografica incontra alcuni dei protagonisti della Hollywood sul Tevere, da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, da Eduardo De Filippo a Roberto Rossellini, fino a Elizabeth Taylor e Richard Burton. Era la stagione di via Veneto, delle notti romane e dei grandi alberghi frequentati da attori, registi e personaggi internazionali. Pizzi ne diventa uno dei testimoni fotografici, inseguendo i divi con la macchina fotografica e imparando a cogliere l’immagine al di fuori della posa ufficiale.
Negli anni Settanta e Ottanta arriva la trasformazione di Pizzi in fotocronista. Il suo campo d’azione si allarga alla politica, alla cultura, all’imprenditoria e alla vita pubblica italiana. Nel 1988 diventa giornalista pubblicista. Il metodo di Pizzi resta però sempre lo stesso: osservare da vicino e attendere il momento rivelatore. Un’espressione, un gesto, una smorfia, una situazione imprevista diventano spesso più importanti del ritratto ufficiale. Era questa capacità di anticipare il momento a renderlo riconoscibile e a trasformare la singola fotografia in una piccola cronaca dell’epoca.
Pizzi non si considerava soltanto un paparazzo. Il suo archivio documenta infatti una parte molto più ampia della società italiana. Alle fotografie dei divi si affiancano quelle di scrittori, intellettuali, politici, imprenditori, aristocratici e personaggi della finanza. Tra gli intellettuali fotografati ci sono Alberto Moravia e Dacia Maraini. Nel suo obiettivo passano inoltre generazioni di politici e protagonisti della vita pubblica italiana, fotografati tanto nelle occasioni ufficiali quanto nei momenti più informali.
La politica occupa una parte importante della sua produzione. Nel suo archivio sono rappresentati esponenti di schieramenti diversi. Tra le fotografie che ricordava con maggiore affetto c’era quella del segretario comunista Enrico Berlinguer. Di segno opposto il ricordo di una fotografia di Silvio Berlusconi che, raccontava Pizzi, non era mai riuscito a vendere. Era uno degli episodi che il fotografo amava citare per descrivere il confine, spesso sottile, tra fotografia giornalistica, curiosità e provocazione. Negli anni Duemila il rapporto con Dagospia, il sito fondato da Roberto D’Agostino, contribuisce a rendere il suo nome ancora più popolare. E’ la stagione del Cafonal, termine che diventa strettamente associato al suo lavoro e alla rappresentazione della mondanità romana. Le sue fotografie raccontano feste, ricevimenti, cene e appuntamenti dell’alta società. Davanti al suo obiettivo passano aristocratici, politici di destra e di sinistra, cardinali, imprenditori, finanzieri, personaggi televisivi e dello spettacolo.
Non sono soltanto i personaggi a interessarlo, ma ciò che accade intorno a loro. Tavole imbandite, abiti, atteggiamenti, gesti e situazioni diventano elementi di una rappresentazione più ampia della società italiana. Da questa esperienza nascono anche i libri “Cafonal” e “Ultracafonal”, raccolte che trasformano in immagini una parte della vita mondana romana. Il risultato è una galleria di volti e situazioni nella quale la cronaca si mescola all’osservazione del costume. Pizzi aveva una particolare interpretazione della trasformazione della società italiana. A suo giudizio, la Dolce Vita rappresentava una stagione destinata a finire con il cambiamento dei comportamenti e dei valori. L’inizio degli anni Novanta segnava, nella sua lettura, una nuova fase, nella quale la fotografia della mondanità diventava anche il racconto di una società sempre più orientata alla ricerca della visibilità. Il suo archivio segue così l’Italia dagli anni del boom economico alla stagione della contestazione, dagli anni del terrorismo alla Milano da bere, fino alla società dello spettacolo e della comunicazione permanente.
La sua produzione non si limita comunque alla mondanità. E’ proprio l’ampiezza dell’archivio a rappresentare uno degli aspetti più importanti della sua carriera. Attraverso migliaia di fotografie Pizzi ha documentato cinema, politica, cultura, aristocrazia, economia e costume, spesso mettendo nello stesso grande affresco personaggi appartenenti a mondi apparentemente lontani. Negli ultimi anni ha continuato a lavorare tra fotografia, video e archivio. Dal 2012 ha collaborato con “Il Fatto Quotidiano”, firmando il portfolio settimanale insieme a Fabrizio d’Esposito e partecipando alla rubrica video “Pizzi e Merletti”. Le sue foto sono apparse anche su “Formiche”.
Il suo lavoro è stato raccontato anche attraverso produzioni televisive dedicate alla sua carriera. Nel 2026 Rai Cultura ha trasmesso la docuserie “Profumo di Pizzi”, costruita attraverso fotografie, materiali d’archivio e ricordi del fotografo. Quello che rimane è soprattutto un archivio sterminato, nel quale è possibile ritrovare quasi sessant’anni di storia italiana attraverso migliaia di volti e situazioni. Un patrimonio fotografico nel quale i grandi protagonisti della politica e dello spettacolo convivono con figure della mondanità e con personaggi rimasti sconosciuti al grande pubblico. (di Paolo Martini)
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