Francesco Mulè, dalla Sicilia alla Liguria nel segno della poesia

A un anno dalla scomparsa, ricordiamo la figura di Francesco Mulè (Cattolica Eraclea, 21 febbraio 1940 – Saronno, 12 febbraio 2022), critico letterario, poeta, giornalista e nostro attivo collaboratore, che per molti anni fu una presenza significativa nella vita culturale del Ponente ligure.

Dopo aver conseguito la laurea in Pedagogia all’Università di Palermo, si trasferì nella Liguria di Ponente, dove gli venne affidata la cattedra di Materie letterarie presso la Scuola Media “A. Doria” di Vallecrosia.

Parallelamente all’insegnamento avviò un’intensa attività giornalistica e culturale, collaborando con diversi quotidiani e periodici, fra i quali Avvenire, L’Umanità, La Riviera, Nuove Angolazioni e Sanremo News. Dal novembre 2009 collaborò con Liguria 2000 News, dove fu responsabile culturale della sezione “La Vetrina dei Poeti”.

Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Liguria, fu anche un instancabile operatore culturale. Nel 1994 fondò a Ventimiglia il Circolo Culturale “Smile”, del quale fu presidente.

Fece inoltre parte del Cenacolo Symbol 2000, partecipando alla sua attività letteraria e culturale.
(Ant. Dov)

VERGINE DESIDERIO
di Francesco Mulè

Sogni di ogni giorno
scalare le montagne
delle speranze

annullarsi
nel muto dialogo
che ti fa assaporare
la verginità
del tuo desiderio

Nota di lettura

La poesia nasce da un movimento ascensionale: «scalare le montagne / delle speranze». Al desiderio di elevarsi segue però un movimento opposto, l’«annullarsi» dentro un dialogo senza voce. Il testo procede così dall’aspirazione al raccoglimento interiore, fino alla «verginità» del desiderio, intesa come sua condizione ancora intatta, non consumata dal raggiungimento. La parola finale non chiude il senso, ma riconduce l’intero testo alla sua origine: ciò che continua a essere desiderato.

SENSAZIONE
di Francesco Mulè

Mi sprofondo
nel niente oceanico

contemplare infinito
d’un mondo

si chiama sensazione
senza parole
assolutamente sordo
silenzio

Nota di lettura

Il testo si apre con uno sprofondamento nel «niente oceanico», immagine che unisce immensità e dissoluzione. Anche il mondo appare nella sua dimensione infinita, sottratto a coordinate precise. Nella seconda parte le parole sembrano progressivamente spegnersi: dalla «sensazione» si passa all’assenza della parola e infine al «silenzio». È una poesia costruita sulla rarefazione, nella quale l’esperienza interiore tende verso un punto in cui il linguaggio non riesce più a intervenire.

NON C’È RIPOSO
di Francesco Mulè

Volare nel vuoto
ogni giorno senza le ali
e
immagazzinare i momenti
alla luce dell’oggi scalfito

non c’è riposo

canto alla luna
m’ascolta
perciò impallidisce

Nota di lettura

Il «volare nel vuoto» senza ali introduce una condizione di precarietà che attraversa l’intera poesia. I momenti vengono raccolti dentro un presente già «scalfito», come se il tempo lasciasse continuamente la propria ferita. Al centro, isolato, «non c’è riposo» interrompe e insieme raccoglie il movimento precedente. La chiusa sposta infine lo sguardo verso la luna: il canto trova un’ascoltatrice silenziosa e il suo impallidire trasforma un fenomeno naturale in una discreta corrispondenza emotiva.

MALINCONIA
di Francesco Mulè

Ritorno sui passi cento volte
di quello ch’è stato mi prende la febbre
bagliori di eventi irripetibili
che stringo insistentemente

rimane un cuore bagnato
quando si fa sera

lo asciugo con la mia malinconia

Nota di lettura

Il ritorno insistente sui propri passi apre una poesia interamente rivolta a ciò che è stato. Gli eventi trascorsi riappaiono come «bagliori» irripetibili, trattenuti dalla memoria proprio perché non possono tornare. Con la sera resta l’immagine semplice e intensa del «cuore bagnato». La malinconia, nominata soltanto nell’ultimo verso, assume allora un valore ambiguo: è insieme ciò che nasce dal ricordo e ciò con cui il poeta tenta di asciugarne la ferita.

SIMBOLO

una biglia azzurra
nel palmo
d’un bambino.

i muri
trattengono la cenere.

rotola

oltre il selciato
dove il colore
non ha più nome.

Nota di lettura

Una biglia azzurra nel palmo di un bambino costituisce il primo nucleo concreto della poesia. Di fronte al colore stanno i muri e la cenere, immagini ferme e spente. Il verso isolato «rotola» introduce il passaggio: la biglia abbandona il palmo e supera il selciato, mentre il testo si apre verso uno spazio non definito. La chiusa non assegna un significato al colore né al suo movimento: conduce soltanto fino al punto in cui anche il nome viene meno.

Commento conclusivo

Accostate, le cinque poesie mostrano due modi differenti di affidare alla parola l’esperienza interiore. Nei quattro testi di Francesco Mulè il punto di partenza è prevalentemente lirico e meditativo: sogno, speranza, desiderio, sensazione, inquietudine, memoria e malinconia vengono portati direttamente dentro il verso. L’immagine accompagna il sentimento e spesso gli offre una forma: le montagne delle speranze, il niente oceanico, il volo senza ali, il cuore bagnato.

In «Simbolo» il procedimento cambia. L’interiorità scompare dalla superficie del testo e rimangono gli oggetti: la biglia, il palmo, i muri, la cenere, il selciato. Nessun sentimento viene dichiarato e nessuna spiegazione accompagna il passaggio. È il movimento stesso della biglia, concentrato nell’isolato «rotola», a condurre dalla realtà riconoscibile verso una zona ulteriore.

Le prime quattro poesie possono dunque essere ricondotte a una lirica meditativa di sensibilità ermetica, nella quale il poeta cerca ancora nella parola il nome della propria esperienza. «Simbolo» appartiene invece alla poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia»: non nomina ciò che sta oltre l’immagine, ma si arresta sul limite. Ed è proprio «dove il colore / non ha più nome» che la parola cede il proprio posto a ciò che può affiorare nel lettore.

Lunedì 13 febbraio 2023 – Anno XVII