Poesia. Dalla parola al silenzio

 

Il passaggio fra tre forme poetiche in “La vita” di Vincenzo Bolia

Una poesia non sempre esaurisce il proprio cammino nella forma in cui è nata e spesso i poeti tornano più volte su alcuni versi, non pienamente soddisfatti della loro resa. Un testo può rimanere a lungo nella memoria dell’autore e, a distanza di anni, chiedere una lingua diversa, più vicina alla sensibilità nel frattempo maturata. È quanto accade con La vita di Vincenzo Bolia: il nucleo originario rimane immutato, mentre mutano il modo di rappresentarlo e la quantità di parola necessaria a esprimerlo.

Le tre versioni di La vita — che, nella sua stesura originaria, si classificò al quarto posto al Premio Il Club degli Autori 2002/2003 — permettono così di seguire, quasi dall’interno, il passaggio da una scrittura lirico-meditativa alla poesia lirico-descrittiva «di soglia», fino alla più concentrata forma ermetica ligure-ponentina «di soglia».

Vincenzo Bolia (Albenga, 1951) è giornalista, poeta e studioso di dialettologia ingauna. Referente del Cenacolo Ligure-Ponentino Symbol 2000, ha pubblicato le raccolte Pensieri… parole e Liguria e altre poesie e il Vocabolario del dialetto di Albenga con grammatica essenziale. Il suo percorso poetico, legato alla tradizione ligure del Novecento e al paesaggio della Liguria di Ponente, muove dalla poesia lirico-descrittiva, attraversa una fase lirico-descrittiva «di soglia» e approda alla poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia», fondata sulla sottrazione, sulla sospensione e sull’affioramento del senso.

Non si tratta semplicemente di accorciare i versi o di ridurre il numero delle parole. Il mutamento riguarda il modo stesso di concepire la poesia: cambia il rapporto fra immagine e significato, fra paesaggio e pensiero, fra ciò che il poeta dichiara e ciò che viene affidato al lettore.

Bolia conserva nelle tre composizioni il medesimo nucleo: alcune parole tracciate sulla sabbia vengono raggiunte e cancellate dal mare. Intorno a questa immagine essenziale si compie però un percorso di progressiva sottrazione, nel quale la riflessione esplicita diventa scena e, infine, affioramento.

Prima versione: il testo originario

LA VITA

Parole,
frasi insensate,
le nostre,
timidamente scritte
sulla sabbia amica,
ma un’onda arriva,
improvvisa,
irruenta
e le cancella tutte,
portandole con sé.

Vincenzo Bolia

Nella prima versione il pensiero precede l’immagine. Bolia muove da una considerazione diretta sulla fragilità delle parole umane. La sabbia e l’onda traducono visivamente un significato già presente: ciò che l’uomo scrive, pensa o lascia dietro di sé è destinato a essere cancellato.

Il possessivo «le nostre» rende immediatamente collettiva l’esperienza. Non sono soltanto le parole del poeta, ma quelle di tutti. La poesia assume così il valore di una breve meditazione sulla precarietà della vita e sull’impossibilità di affidare al tempo una traccia definitiva.

Il paesaggio marino svolge una funzione simbolica, ma il simbolo viene accompagnato e quasi guidato dagli aggettivi e dall’azione conclusiva. La sabbia è «amica»; le parole vi vengono scritte «timidamente»; l’onda arriva «improvvisa» e «irruenta», cancella tutto e lo porta con sé.

Il testo procede secondo un movimento narrativo riconoscibile: qualcuno scrive, sopraggiunge l’onda, la scrittura scompare. Il lettore comprende immediatamente ciò che è accaduto e quale riflessione ne deriva. Il sentimento domina la scena e la parola poetica tende ancora a dichiarare apertamente la propria intenzione.

Questa prima forma possiede la sincerità immediata dell’intuizione. Il nucleo poetico è già interamente presente, ma viene espresso attraverso una lingua discorsiva, nella quale descrizione, racconto e commento rimangono strettamente uniti.

Seconda versione: la lirico-descrittiva «di soglia»

LA VITA

Sulla battigia chiara
restano segni incerti,
ombre di un passaggio.

Il mare indugia,
quasi ascolta.

Poi il vento si volta
e l’acqua sale.

Nulla avverte:

dove correvano i nomi
luccica soltanto il giorno.

Vincenzo Bolia

Nella seconda versione il pensiero arretra e lascia avanzare il paesaggio. Il poeta non parla più direttamente di «frasi insensate» e non indica chi abbia scritto. Rimangono soltanto dei «segni incerti», definiti subito dopo «ombre di un passaggio».

La presenza umana non è cancellata, ma sottratta alla vista. Può essere riconosciuta soltanto attraverso ciò che ha lasciato sulla battigia. Bolia non espone più una riflessione sulla vita: costruisce una scena nella quale quella riflessione può affiorare.

È un mutamento importante nella sua scrittura. Il paesaggio non è più soltanto lo sfondo o la traduzione di un sentimento già formulato. Diventa una presenza autonoma, capace di contenere il senso senza dichiararlo.

Anche l’onda perde la violenza che possedeva nella prima stesura. Non è più «improvvisa» e «irruenta». Il mare, al contrario, «indugia» e «quasi ascolta». Questa breve personificazione rallenta il tempo e crea un’attesa. La cancellazione non appare più come un gesto brusco, ma come qualcosa di inevitabile che si avvicina lentamente.

Il vento si volta, l’acqua sale: ogni elemento prepara quello successivo. Alla rapidità narrativa del primo testo si sostituisce una successione più trattenuta di immagini.

Il verso isolato,

Nulla avverte:

costituisce la vera soglia del componimento. Separa il tempo dell’attesa da quello della scomparsa, ma nello stesso tempo li unisce. Dopo quel punto, i «segni» della prima strofa diventano «nomi». Ciò che sembrava appartenere soltanto alla sabbia rivela una più profonda sostanza umana.

Nella chiusa,

dove correvano i nomi
luccica soltanto il giorno.

la luce prende il posto delle parole cancellate. Il giorno continua oltre i nomi e oltre coloro che li hanno scritti. La conclusione non è più interamente dichiarativa, ma conserva ancora un’evidente qualità lirica. Il verbo «luccica» apre la scena verso una luminosità che attenua la durezza della scomparsa.

La poesia si trova così in una zona di transizione. Bolia ha abbandonato la spiegazione diretta, ma non ha ancora rinunciato del tutto alla distensione dell’immagine, alla punteggiatura e alla suggestione lirico-descrittiva. Il paesaggio conserva una sua ampiezza e viene osservato anche nella sua qualità sensibile.

Terza versione: l’ermetica ligure-ponentina «di soglia»

LA VITA

sulla sabbia
esitano parole

l’onda le tocca
una per una

le lettere cedono
alla risacca

resta

un solco d’acqua
fra il silenzio
e la riva

Vincenzo Bolia

Nella terza versione Bolia compie il passaggio alla poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia». Il testo non racconta più l’atto dello scrivere. Le parole sono già sulla sabbia e, attraverso il verbo «esitano», assumono una condizione sospesa.

Non sono semplicemente ferme: sembrano trattenersi sul punto di essere cancellate. L’esitazione appartiene alle parole, ma può essere avvertita anche come esitazione dell’esistenza davanti al proprio limite.

L’onda non arriva più con violenza e neppure indugia:

l’onda le tocca
una per una

Il verbo «tocca» è più lieve e, proprio per questo, più definitivo. La cancellazione non ha bisogno di essere rappresentata drammaticamente: avviene nel contatto. Anche «una per una» introduce una scansione lenta, quasi un computo silenzioso delle parole e, indirettamente, delle vite.

Nel blocco successivo le parole diventano «lettere»:

le lettere cedono
alla risacca

È una riduzione interna alla poesia. Dalle «frasi» della prima versione si era passati ai «segni» e ai «nomi» della seconda; ora le parole si disgregano nelle loro unità minime. Non vengono più «portate via»: «cedono».

Il verbo non descrive soltanto uno spostamento materiale, ma suggerisce una resistenza che finisce, una presenza che perde la propria forma. L’intensità non nasce più dall’aggettivo, come accadeva con «improvvisa» e «irruenta», ma dal rapporto fra il gesto lieve dell’onda e la resa delle lettere.

A questo punto interviene il verso-soglia:

resta

È una parola isolata e apparentemente semplice, ma sostiene l’intera costruzione. Dopo la progressiva cancellazione, il lettore viene arrestato davanti all’annuncio di un residuo. Non sa ancora che cosa rimanga. Il bianco successivo prolunga l’attesa e nasconde per un momento il raccordo fra la perdita e la chiusa.

Ciò che rimane non è una risposta:

un solco d’acqua
fra il silenzio
e la riva

Il «solco d’acqua» è insieme traccia e cancellazione. Il solco dovrebbe essere un’incisione stabile; essendo fatto d’acqua, invece, non può conservarsi. La poesia raggiunge così una conclusione non dichiarata ma riconoscibile: della scrittura resta una traccia che coincide con il suo stesso dissolversi.

Anche la posizione del solco è significativa. Esso si trova «fra il silenzio / e la riva», in uno spazio intermedio che non appartiene del tutto né alla parola né alla sua assenza. È questa la soglia autentica del componimento: non il punto nel quale tutto finisce, ma quello nel quale la presenza diventa impercettibilmente assenza.

Le iniziali minuscole e l’eliminazione del punto finale non sono semplici scelte grafiche. Le minuscole attenuano l’autonomia delle singole strofe e fanno percepire i blocchi come tessere di un solo mosaico. L’assenza del punto conclusivo impedisce alla poesia di chiudersi in una sentenza. Dopo l’ultima parola scritta dal poeta, la poesia lascia la parola al lettore, che può continuarla dentro di sé, secondo la propria sensibilità e la propria esperienza. Il testo termina sulla pagina, ma il suo movimento prosegue nel bianco e nella coscienza di chi legge.

La forma 2-2-2-1-3 non agisce come un contenitore meccanico. I primi tre blocchi seguono la progressiva dissoluzione delle parole; il verso isolato compie il passaggio; i tre versi finali raccolgono ciò che rimane. Ogni tessera nasce dalla precedente e prepara la successiva. Se i blocchi potessero essere scambiati senza conseguenze, il mosaico sarebbe soltanto apparente. Qui, invece, la loro successione è necessaria.

Il paesaggio nella poesia di Bolia

Il mare, la sabbia, la battigia e la risacca appartengono naturalmente al paesaggio ligure-ponentino nel quale si è formata la poesia di Vincenzo Bolia. Tuttavia il luogo non è impiegato come elemento decorativo. Non serve a comporre una veduta né a suscitare una generica impressione marina.

Nel corso delle tre versioni, il paesaggio perde progressivamente i suoi caratteri descrittivi per diventare struttura interiore. La «sabbia amica» della prima poesia è ancora accompagnata da una qualità affettiva. Nella seconda appare la «battigia chiara», osservata nella sua concretezza luminosa. Nella terza rimangono soltanto la sabbia, l’onda, la risacca e la riva.

Quanto più il paesaggio viene spogliato, tanto più diventa essenziale. La Liguria di Ponente non è soltanto richiamata attraverso i suoi elementi: viene riconosciuta nel contrasto fra terra e acqua, durata e cancellazione, limite e movimento.

È un paesaggio stretto, nel quale ogni presenza incontra immediatamente il proprio confine. La riva è il punto in cui il mare arriva e si ritrae; la sabbia trattiene i segni ma non può conservarli; la risacca restituisce e insieme porta via. Da questa tensione nasce la qualità ligure-ponentina della poesia «di soglia».

Dire, mostrare, lasciare affiorare

Nelle tre versioni rimane immutato il nucleo originario. A mutare è la distanza fra l’immagine e il suo significato.

Nella prima poesia il senso viene espresso. Nella seconda viene suggerito attraverso una scena. Nella terza affiora dal rapporto necessario fra poche presenze concrete.

Il percorso poetico di Bolia può essere riassunto, in questo caso, attraverso tre verbi: dire, mostrare, lasciare affiorare.

La prima versione dice la precarietà della vita. La seconda la mostra nella cancellazione dei nomi. La terza la lascia affiorare da un solco d’acqua.

Parallelamente si verifica una progressiva sottrazione. Scompaiono il giudizio iniziale, gli aggettivi esplicativi, la narrazione dell’avvenimento e, infine, la punteggiatura. Ma questa perdita non impoverisce la poesia. Al contrario, concentra la sua energia e accresce il ruolo del lettore.

Nella prima versione il lettore riceve un significato già formulato; nella seconda è invitato a riconoscerlo dentro il paesaggio; nella terza deve attraversare personalmente il breve spazio che separa la parola dal silenzio.

Anche la figura umana subisce una graduale sottrazione. All’inizio compare nel possessivo «le nostre»; nella seconda versione sopravvive nei «nomi»; nell’ultima non viene più nominata. Rimangono soltanto le parole, le lettere e il loro cedere. L’uomo scompare dal testo proprio nel momento in cui il testo parla più profondamente della sua condizione.

La terza versione non commenta dunque la vita e non ne offre una definizione. Ne trattiene per un istante il limite. Nel passaggio dalla frase al segno, dal segno alla lettera e dalla lettera al solco d’acqua si compie l’intero itinerario: dalla presenza alla traccia, dalla traccia al silenzio.

È qui che la poesia raggiunge la «soglia»: nel punto in cui la parola del poeta si arresta senza esaurire il senso. Dopo l’ultimo verso comincia la parte affidata al lettore, chiamato non soltanto a interpretare la poesia, ma a continuarla interiormente.

Zeno V. Bolciani
Martedì 1 settembre 2026 – Anno XX