REDDITIVITÀ E INCLUSIONE NON AMANO IL LATINO

Il punto della prof Benagiano

Internet, Inglese e Impresa, ecco la triade vincente nella nostra era della redditività, ovvero della capacità di generare in qualsivoglia ambito ricchezza, la sola che possa avere pondus nella società globalizzata e digitalizzata, dove obiettivo precipuo è l’economico.

Latino e competenze umanistiche sono pertanto ritenute di scarsa concretezza, quindi da non considerare o da considerare solo marginalmente. Le esigenze aziendali richiedono una formazione diversa, un capitale umano di volta in volta sottoposto a sistemi di misurazione aggiornati, sempre in vista del contributo da dare alla redditività. Del resto poi, che senso ha, nel mentre siamo inondati da informazioni di ogni sorta, far sfibrare i neuroni dei giovani su quanto oggi non ha valore? E va a ciò aggiunto il concetto di inclusione in base al quale si vuole garantire, anche in ambito scolastico, l’inserimento di ciascun individuo indipendentemente da elementi che possono apparire limitanti. I paladini della cancel culture ritengono la cultura classica responsabile di razzismo sistemico. Finalità è promuovere una equità educativa attraverso l’accesso di tutti alle stesse opportunità.

Latino e greco sono ritenute lingue escludenti per le difficoltà di apprendimento. Così qualche anno fa i vertici delle Università di Howard e di Princeton, ritenendo insiti germi di razzismo nello studio di latino e greco, promuovono una campagna contro le lingue classiche. Howard, seguendo le posizioni estremiste del movimento attivista afro-americano internazionale Black Lives Matter, chiude il Dipartimento di Studi Classici, mentre il Dipartimento di Studi Classici di Princeton decide di eliminare l’obbligo dello studio della lingua latina e greca per coloro che seguono il corso di laurea in Lettere Classiche. Motivazione: gli studenti di colore potrebbero avere maggiore difficoltà nell’apprendimento, essere quindi penalizzati. A tal proposito John Mc Worther, linguista della Columbia University fa, però, rilevare che la decisione di promuovere l’equità razziale produce altro razzismo, ed è pensare che lo studente di colore non possa essere in grado di imparare le lingue classiche. Invece tra i docenti c’ è chi, come Dan-el Padilla Peralta, si ritiene soddisfatto della decisione, “di rimuovere greci e romani dai loro piedistalli, il loro idioma dell’autorità”. E viene a ciò agganciato il discorso del “suprematismo bianco”, rimarcando responsabilità di colonialismo, razzismo, fascismo e nazismo.

Fautori dell’abolizione del latino e oppositori ci sono stati ovunque da lungo tempo. In Italia, negli anni Cinquanta, in vista di una riforma della Scuola Media Inferiore, lunga fu la quaestio tra intellettuali, studiosi, politici e personalità della Chiesa, finì con la sconfitta della lingua latina. Secondo coloro che il 31 dicembre del 1962 approvarono la legge n. 1859 (socialisti, socialdemocratici, democristiani e repubblicani) il latino poteva essere ostacolo per i ceti popolari, lo si doveva quindi porre nel cantuccio. Tra i pochi che non facevano un ragionamento miope c’era il latinista e politico Concetto Marchesi. Come oggi John Mc Worther per gli studenti di colore, il Marchesi riteneva allora che anche il figlio del popolo potesse essere in grado di imparare il latino, di pervenire quindi alle capacità critiche che quello studio dà come frutto. Venne, invece, tolta proprio a coloro che non avrebbero proseguito in indirizzi che prevedono il latino l’unica possibilità che la Scuola Media poteva loro offrire. Si preferì che la Scuola Media Unificata, o Unica, invece di impegnarsi a innalzare chi stava in basso, livellasse tutti in basso. Cosa grave in quanto ha segnato la formazione delle generazioni successive. Non è, di certo, da mettere in dubbio la validità del ragionare matematico, allora portato a sostegno dagli oppositori, ma è un tipo di ragionamento ben diverso, riesce a realizzarlo anche meglio la Intelligenza Artificiale dando scacco matto al sapiens. Non riesce, però, l’AI, almeno per ora, a porre in atto quel lobo destro del cervello in sinergia con l’altro della parte sinistra, è quel che rileva, tra gli altri, anche lo psicologo e scrittore statunitense Daniel Goleman. E riguardo a coloro che oggi si spingono ad affermare la inutilità del latino nei licei, ci sorge il dubbio che vogliano asfaltata la speculazione intellettuale, lo spirito critico, quel pensiero che lo psicologo Joy Paul Guilford definisce “divergente”, in grado di cogliere in modo sempre nuovo i rapporti tra le cose e le idee, di essere cioè creativo, e la creatività può dare fastidio. In Italia poi lasciamo che vadano fuori ragazzi formati con discipline che possono essere definite ‘oro della mente’, li ostracizziamo.

Il filologo Luciano Canfora in una intervista del 2007, tra l’altro, afferma che “tradurre una lingua, come il greco, come il latino, esige un salto intuitivo dalla successione delle parole al senso complessivo di ogni periodo ed è quello l’esercizio più importante… un esercizio preziosissimo quale che sia l’impiego della elasticità mentale che avrò conquistato”. E conclude dicendo che “tornare indietro è sempre una ginnastica mal vista, ma certamente battere strade completamente diverse da quelle che si sono rivelate perdenti è saggia politica”.  E noi riflettiamo su quanto la lotta al vecchio abbia costruito un futuro disgregato.

Non solo Canfora, si dichiarano sostenitori della formazione classica altri scrittori e filologi che operano in Atenei anche esteri, come Jurgen Leonhardt, Joseph Farrell, Tore Jonson, Nicholas Ostler, Wilfried Stroh e tanti altri. Inoltre in Inghilterra, dove per ampliare l’offerta formativa della lingua latina sono stati stanziati 4 milioni di sterline, latino e greco sono oggetto di studio; e c’è anche la Greek Summer School  di Bryanston, una kermesse che entusiasma i giovani, nel corso della quale si fanno corsi di grammatica, letture pubbliche di Omero e molto teatro con tragedie e commedie lette e anche recitate nella lingua di Euripide e Aristofane.

Nicola Gardini, docente di Letteratura Italiana e comparata all’Università di Oxford e autore del libro Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile (Garzanti, 2018), fa rilevare che il destino del sapere non è la resa alle macchine, che inoltre senza interpretazione sull’esistere non c’è libertà, né felicità “e si subisce qualunque cosa… si diventa schiavi della politica e del mercato, si sentono finti bisogni, bisogni creati da logiche e disegni che nulla hanno a che vedere con le nostre persone”.

Nell’ultimo tempo sembra che anche gli Stati Uniti stiano riflettendo sulla validità dello studio delle lingue classiche. Vertendo discitur, viene a generazioni di studenti ripetuto da sempre, e il motto è stato anche quest’anno ripreso in Italia per progetti finalizzati all’approfondimento dello studio della lingua latina. Speremus!
(Antonietta Benagiano)
Martedì 11 giugno 2024 – Anno XVIII