LA VITA VA COSÌ

 

“La vita va così” è una storia di disobbedienza, di ostinazione e infine riscatto, che  va contro vento, perché in apparenza sembra opporsi al  buon senso, alla ragione, anche alla tentazione di un colpo di fortuna. Ad  Ovidio Marras, infatti (il nome del reale protagonista di questa vicenda) – alla fine erano stati offerti 700 milioni, per la vendita della sua proprietà in una delle aree più esclusive della Sardegna, l’area intorno alla spiaggia di Tuerredda. Per i risvolti che  ne sono derivati, per la singolarità degli eventi, la vicenda ha fatto il giro del mondo.

Il film, ispirato alla reale vicenda di Ovidio Marras, e diretto da Riccardo Milani, distribuito da Medusa Film, è stato interpretato da Giuseppe Ignazio Loi, un ottantenne pastore, peraltro magnifico nel suo ruolo. Gli altri interpreti sono personaggi noti del mondo del cinema e dello spettacolo; Diego Abbatantuono, Virginia Raffaeli, Aldo Baglio e Gaeppi Cucciari.

La trama corrisponde certamente alle vicissitudini del reale protagonista, ma lo sviluppo ha seguito anche una narrazione romanzata, Il vero pastore, Ovidio Marras, era celibe, (scomparso a 93 anni nel gennaio del 2024), mentre nel film è circondato da una famiglia propria, moglie e figli.

Il film ha avuto ottimi riscontri di critica, e un successo notevole di botteghino, dato che ha incassato 1,8 milioni di euro nei primi quattro giorni di programmazione.

Tutto ha avuto inizio nei primi anni 2000, l’offerta di 700 milioni è stata l’ultima proposta nella trattativa tra la Sitas srl, società immobiliare del  nord Italia, e il Marras. La società aveva un progetto molto ambizioso, e intendeva edificare nei dintorni della linea di costa di Capo Malfatano – sud Sardegna –  un resort extra lusso a 5 stelle. Marras, già avanti in età, ma con una personalità di ferro, ben poco arrendevole, ha sfidato i colossi del settore immobiliare, e neanche per un momento ha ceduto alle lusinghe delle offerte milionarie.

L’area di Capo Malfatano, in giurisdizione di Teulada, aveva all’epoca, e ancora ha, un enorme valore naturalistico e ambientale, per le caratteristiche della costa incontaminata, i boschi intorno al promontorio, per tutte le splendide attrattive paesaggistiche che presenta. La speculazione edilizia che l’ha interessata non è un caso.

‘Malfatano’ deriva dall’arabo ‘Amal fatah’ che vuol dire ‘il luogo della speranza’.

Ovidio Marras ha ricevuto per diversi anni, dal 2001, offerte sempre più allettanti, ma non per i suoi principi e la concezione che egli aveva della terra ereditata dagli avi. E’ rimasto inamovibile, anche quando erano diventate così importanti da farlo apparire uno sprovveduto, un grullo, uno che è disposto a passare anche sopra il volere dei familiari, della gente del posto, pur di rimanere fedele a quella proprietà, sopravvissuta ai salti generazionali con le sue consuetudini ancestrali. Alienare le sue convinzioni significava venire meno ad una sorta di impegno con le precedenti generazioni. Per questo il valore del denaro, quando le proposte di acquisto diventavano corrispettivi vertiginosi, lo lasciavano indifferente, gli sembrava anzi che fosse un’istigazione a cadere in quella che considerava poco meno di una trappola.

L’imprenditore milanese, interpretato da Diego Abbatantuono, è sempre persuaso che il suo ‘avversario’ dovrà fare i conti con le sue vulnerabilità, l’età, l’energia destinata a venire meno, tutto messo in conto. E’ certo che riuscirà ad avere ragione di quell’essere in apparenza insignificante. Più quel tira e molla va avanti, però, più affiorano dubbi sui possibili cedimenti. E così mette in campo ogni strategia possibile, anche le pressioni sui familiari (una sorella), e tutta la gente ormai ostile che ha intorno. A Efisio (nome nel film del pastore), non importa gran che di quei rumori sgradevoli, degli occhi spalancati davanti a lui come fari, non lo abbagliano, e le risposte a volte sono micidiali, non lasciano scampo circa i propri convincimenti.

“Questo mare, questa natura, non è in vendita, io non cederò mai la mia casa e il mio terreno, qualunque sia la cifra, la mia dignità non è in vendita..” – sosteneva con tutti come un mantra. Chi lo osservava con attenzione notava che il suo sguardo rifletteva diffidenza, a volte lampi di luce acuta che prevenivano ogni tentativo di ridurre in cenere la sua rivolta. L’anima era legata con solide catene a quella terra, non era possibile spezzarle, la sua personalità era solida come i nuraghi che sfidano i millenni, interiormente era ostico e riottoso, forgiato fin da piccolo alla sfida, nessuno poteva permettersi di attentare alla forza dei suoi possedimenti, che poi era il testamento della natura in cui era cresciuto.

E allora la raffica di ‘no’ diventava  la trincea in cui difendeva le sue ragioni: “Questa è la terra dei miei padri, non sarò io a venderla, i soldi volano, la terra rimane, non riuscirete mai a convincermi”.

I colossi dell’edilizia si ostinavano a portare avanti una battaglia già persa, aveva dalla sua la legge, di questo era consapevole. E allora che continuassero a circuirlo con ogni sorta di insidia, non si rassegnavano? Fatti loro. Per chi osservava dall’esterno, quella sfida aveva qualcosa d’irreale, bastava scrutarlo: Marras, non era certo imponente di statura, ma poco contava, era risoluto e deciso a difendere a tutti i costi i propri diritti.

Più che una trattativa sembrava un’asta, solo che il proprietario rendeva l’’oggetto’ indisponibile, i protagonisti erano arroccati su due sponde opposte.. Le offerte erano iniziate con la proposta di un milione, poi tre, e avanti negli anni, fino a raggiungere i 700 milioni. In apparenza il Marras sembrava un istrione che giocava al rialzo, del resto l’espressione a tratti sibillina e avveduta, poteva insinuare che si trattasse di un atteggiamento scaltro. In realtà il signor Marras  era tutt’altro che persona contorta, i suoi no erano l’unico argine per difendere i perimetri dei suoi terreni, non intendeva giocare d’azzardo con il prezzo, il denaro era l’ultimo interesse della sua esistenza. Nessuno rifletteva al fatto che quest’uomo solitario fosse il frutto coriaceo di quella terra ancora selvaggia, cresciuto con pane e dignità, il resto non lo riguardava.

Ma gli imprenditori del nord, da Benetton a Marcegaglia ai Caltagirone, avevano deciso di adottare ogni sorta di strategia per indurlo a crollare. Avevano intanto acquistato tutti i terreni intorno alla proprietà del Marras, tanto per creargli il deserto intorno, poi, stanchi della sua tendenza a monopolizzare le iniziative altrui,  decisero di dare inizio alla costruzione del resort. Il bellissimo bosco antistante la spiaggia di ‘Bellesa Manna’ (Tuerredda), fu falciato dalle ruspe, la casa del vegliardo fu assediata dal cemento e dai rumori infernali dei macchinari che vi erano stati trasportati per realizzare il progetto. Anche il sentiero che egli percorreva per portare la sua mandria al pascolo nei dintorni del litorale, fu chiuso, cosicché fu costretto a servirsi di una deviazione che complicava non poco la routine quotidiana.. Ne fu indignato, anzi diventò ancora più intrattabile, altro che arrese…

Per la realizzazione del progetto erano previsti oltre due mila posti di lavoro, la gente del posto era assolutamente convinta che ne valesse la pena, la carenza di occupazione aveva la priorità sulle ragioni dell’anziano pastore.

Il braccio di ferro è durato più di dieci anni, Marras, senza una vera famiglia alle spalle, sostenuto da legali e Associazioni ambientaliste, quali Italia Nostra e altre, ha intrapreso la via ostica della Giustizia. Italia nostra non poteva accettare che si sacrificassero al resort e agli alberghi circa 700 ettari di terra, tra Pula e Capo Spartivento, ricca di macchia mediterranea, in perfetta simbiosi con le bellissime spiagge. Quelle denunce hanno portato il vegliardo ad affrontare diversi gradi di giudizio, sempre superati, perché le norme sulla proprietà privata lo hanno protetto contro l’aggressività delle società immobiliari interessate ad avere il controllo assoluto della zona antistante il mare della spiaggia Tuerredda. I Benetton, prima ancora che questa vicenda avesse inizio, avevano peraltro costruito una villa di lusso poco distante.

Nel 2012, il contenzioso è approdato in Cassazione, ultima spiaggia per chi brandiva la pretesa di avere il monopolio su tutto quel territorio, dove nel frattempo avevano già costruito buona parte del resort a 5 stelle. Il Marras ha vinto anche l’ultimo appello. Dopo la sua rivalsa sull’albergo edificato a margine del sentiero (nel 2010) che egli percorreva ogni giorno con le sue bestie, e che il Tar fece demolire per ripristinare lo stradello che esisteva in origine. Quindi il riscatto definitivo sui Benetton, la Sansedoni (del gruppo Montepaschi) e Silvano Toti. Giustizia su tutta la linea, le costruzioni purtroppo ci sono e non sono state demolite, ma sono chiuse, nonostante le autorizzazioni a edificare concesse della Regione Sardegna.

Marras e Italia Nostra hanno dimostrato che nessuno può vantare diritti di prelazione sulla natura, e che ci sono battaglie giuste contro l’arroganza degli interessi privati, ovvero del denaro. In seguito al verdetto definitiva sui diritti riconosciuti al Marras, il Consiglio di Stato ha poi confermato la sentenza del Tar, insieme ad un ordine esecutivo di demolizione.

Ma il complesso edilizio che interessa centinaia di ettari, come si è accennato,  non è mai stato demolito, verosimilmente per i costi notevoli che comportano questi interventi. Ora il resort è chiuso, in uno stato di assoluto abbandono, gli infissi sono alla mercé degli agenti atmosferici, e appare come un villaggio fantasma, a ridosso della spiaggia di Tuerredda. E’ rimasto questo eco monster, un’opera turistica di 150 mila metri cubi di cemento. I boschi e l’ambiente sono stati deturpati, la società che ha investito miliardi è fallita. Sembra incredibile ma a rendere giustizia a sé stesso e alla Natura, è stato un umile pastore, sostenuto solo da Italia Nostra e qualche altra Associazione ambientalista, la cui ostinazione convergeva con quella del mitico Marras.

E questo è il lieto fine per un uomo umile, determinato a difendere ad ogni costo i propri diritti. Ma anche una vittoria della Natura, che ha prevalso sulla voracità degli esseri umani, quando non conoscono certi limiti, davanti ai quali a volte è giusto fermarsi.

Vince lui, un uomo di 85 anni, figlio legittimo di quella terra bellissima e incontaminata.

“Forse mi avevano preso per un cretino, ma io non mi sono arreso. Volevano intrappolarmi nel cemento. Speravano che me ne andassi. Adesso dovranno buttar giù tutto. Questo posto è di tutti e io lo devo difendere”.

Questa è una storia di valori difesi a suon di battaglie e traversie giudiziarie, durate circa 12 anni. Leggere sui siti delle Associazioni ambientaliste – che hanno affiancato il Marras nel lungo percorso di rivendicazione dei propri diritti sulle sue proprietà – significa rassegnarsi a perdere intere serate in un avvincente iter legale che è un’autentica giungla. Impressionante la catena di eventi che hanno caratterizzato il primo decennio del 2000, ma incredibile resta la perseveranza e la tenacia di questo ottantenne sardo, che non ha mai ceduto allo scoraggiamento o all’arresa. Un esempio di onestà e rispetto verso se stesso.

A conferma che anche i luoghi comuni a volte seguono una traccia di verità: si dice infatti che “i sardi sono testardi”, e sfiderei chiunque a sostenere che il signor Marras non sia l’esempio concreto di questa caratteristica.

A prescindere, questa storia ha in definitiva la sua morale, disobbedire ai potenti a volte è lecito, anzi,  legittimo.
Nella foto Immagine della spiaggia di Tuerredda
Virginia Murru
Lunedì 9 febbraio 2026 – Anno XX