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Savona. In questi giorni, i cimiteri, un po’ dappertutto, si sono allegramente colorati di fiori freschi o finti, e le tombe sono state pulite e riordinate. Sembrerebbe che i defunti siano onorati e ricordati con affetto.

D’altra parte, seppellire e pensare ai morti non è una novità. Sono stati ritrovati resti fin dal Paleolitico (due milioni di anni fa) con tombe che, magari, erano solo semplici fosse ricoperte di terra, arricchite, però, da oggetti importanti: cibo, armi e strumenti. L’essere umano, unico animale, ha sviluppato da sempre un senso religioso e ha immaginato una vita dopo la morte.

Ho notato, però, che ci tormenta e ci dispiace la morte solo di parenti, amici e conoscenti. Gli altri, vengono liquidati con un “Si deve pur morire!”, frase che non verrebbe mai usata per nostra madre, ad esempio, o altro consanguineo.

Ho notato anche che abbiamo la memoria molto corta e, oggi, abbiamo completamente dimenticato i 140000 e più morti per Covid solo in Italia (nostri connazionali), affermando che il Covid non esiste o simili fantasticherie.

Tutte quelle bare trasportate dai camion militari perché non si sapeva dove metterle, in fondo, – si pensa – non racchiudevano un nostro parente. Pazienza, se erano madri, padri, fratelli, sorelle di qualcun altro che li amava, pazienza se avevano fatto una morte disumana, soffocati  in totale solitudine. Come detto, “Si deve pur morire!”. E poi, avevano altre patologie, sicuramente, – si sostiene ancora – e non ha importanza se quelle patologie avrebbero loro concesso altro tempo di vita, né se le  speranze loro e dei loro cari fossero state ben diverse.

Quei morti non contano più nulla ed escludo addirittura dal conteggio i milioni di morti nel mondo perché, per le nostre misere riflessioni, sono davvero troppo lontani!

Eppure, io credo, invece, che quelle vittime innocenti abbiano salvato la mia vita. Morendo, hanno dato il via e il tempo alla ricerca scientifica che ha trovato il vaccino. Se molti di noi potranno scampare a questa orribile pandemia è anche grazie al sacrificio di chi è stato colpito all’inizio.

Ora, c’è persino qualcuno che chiama il green pass la “tessera del pane” e passeggia ostentando il filo spinato e la pettorina a righe.

Eppure, anche i più ignoranti hanno visto, almeno in televisione, quei corpi scheletrici avviati alle camere a gas e ai forni crematori. Torturati, dileggiati, picchiati, affamati, terrorizzati e, infine, uccisi, colpevoli solo di far parte di categorie che qualcuno aveva deciso di sterminare.

Prenderli in giro, paragonare lo sterminio di milioni e milioni di persone innocenti con l’uso di una misura che ci permetterà di salvarci la vita, significa essere portatori di  una grave malattia psichiatrica.

È vero, il green pass non è perfetto, certamente, dovrebbe essere più esteso, almeno a tutti i luoghi dove ci siano gruppi di persone, proprio per salvaguardare la nostra incolumità fisica, cioè la nostra libertà.

Perché solo da vivi possiamo essere liberi.

In ogni caso, è una regola dell’odierna vita in società e le regole sono necessarie, altrimenti, si deve andare ad abitare da soli, nel deserto.

Disturba che lo chiedano per lavorare?

Ci sono molte altre richieste per i lavoratori: indossare tute, caschi, rimanere ore in un determinato luogo, avere la patente, un titolo di studio, un apprendistato, un orario…

Nessuno se ne è mai stupito.

Quando io ho iniziato a insegnare, moltissimo tempo fa, ogni anno mi chiedevano di fare l’esame del sangue per essere sicuri che non avessi la sifilide, come pure  i raggi al torace per sapere se fossi affetta da tubercolosi. Non mi è mai venuto in mente di ribellarmi e di travestirmi da deportato.

Prima di tutto perché desideravo lavorare e poi perché mi sembrava giusto che accertassero le mie condizioni di salute, visto che sarei stata a contatto con delle persone fragili, in via di formazione.

Ora, io con il green pass mi sento di nuovo libera. Finalmente, posso prendere un bus, un treno a lunga percorrenza, andare al ristorante, in piscina o dove mi pare, con una certa tranquillità.

Finalmente, molti tornano a lavorare e, qualcuno, forse, riuscirà a non chiudere la sua attività.

Dopo due anni di clausura e di sospensione della quotidianità, non mi sembra poco!

 

Renata Rusca Zargar