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Necessità di un impegno da parte di ogni uomo e donna della Terra

Nelle Scuole Italiane, a partire dalle Medie e poi  nelle Superiori, si insegna a scrivere, tra le varie tipologie di produzione scritta, anche l’articolo di giornale.

Infatti, nelle prove dell’esame di Stato alla conclusione delle Scuole Superiori, fino al 2018, per quanto riguarda la Prima Prova Scritta di Italiano (vigente in tutte le secondarie di secondo grado) è stata presente, oltre ad altri tipi di testo argomentativo tra i quali si poteva scegliere quale effettuare, la “Tipologia B – Redazione di un Saggio Breve o di un Articolo di Giornale”.

Nel 2019, ultimo anno prima delle problematiche sollevate dal Covid e della conseguente impossibilità di svolgere l’esame completo, scritto e orale, in presenza, come sempre avvenuto, la Tipologia B era, però, diventata “Analisi e produzione di un testo argomentativo”.

Fino al giugno 2018, quindi, l’articolo di giornale era preso in seria considerazione nell’istruzione statale.

Allo studente si davano chiare indicazioni: suscitare interesse con una scrittura agile e vivace e raccontare un fatto in modo chiaro e completo.

Per farlo al meglio, durante il percorso formativo in classe, si consigliava di seguire le cinque domande fondamentali raccomandate anche ai giornalisti professionisti: Chi? Che cosa? Dove? Quando? Perché? Tutti le sapevano a memoria anche in inglese perché è chiamata la regola delle cinque W: Who, What? Where? When? Why?

Tutto ciò per quanto riguarda la tecnica. Inoltre, si esaminavano i vari tipi di quotidiani e riviste per meglio comprendere l’attività del giornalista professionista e per saper analizzare le informazioni che si ricevono dai mass media in maniera critica e non passiva.

Se non scrive su un giornale politico collegato a un Partito (chi lo legge sa già quale sia l’orientamento), il giornalista, si diceva, deve mantenersi quanto più possibile obiettivo. Non deve esprimere la sua opinione perché il lettore l’opinione se la deve fare da solo valutando i fatti che saranno spiegati nel modo più asettico possibile. È evidente che il giornalista, come tutte le persone, ha una sua opinione, un suo credo politico, una sua fede o non fede religiosa. Tutto ciò non interessa il pubblico perché il giornalista non è un personaggio ma un tramite per sapere e per conoscere.

Il giornalismo, inoltre, non è solo quello della carta stampata ma pure quello televisivo, un tempo solo della tivù  pubblica (RAI) e, dagli anni Settanta, gradualmente, delle televisioni private. Arrivare ad avere dei telegiornali esaustivi anche nel privato è stato un lungo percorso considerando che occorrevano molti finanziamenti. Oggi, però, l’informazione è simile tra pubblico e privato.

Negli ultimi anni, si sono moltiplicati a dismisura i “Talk” cioè programmi informativi gestiti da giornalisti che intervistano o “chiacchierano” con vari ospiti che possono essere politici, studiosi, o persone famose a seconda del soggetto trattato.

Si potrebbe pensare che sia la situazione ottimale: in qualsiasi ora del giorno o della notte, ci possiamo informare su qualsiasi argomento.

Ma non è così.

Intanto, in Italia, si è sempre dato spazio agli eventi di pochissimi Paesi. L’Italia, non avendo avuto un passato coloniale (escluso un brevissimo tragico periodo in Eritrea, Somalia, Cirenaica, Tripolitania, Isole Egee, Albania) non ha sviluppato come, ad esempio, la Gran Bretagna (BBC) un sistema informativo di carattere mondiale.  Inoltre, nella stretta della Guerra Fredda, partecipando alla NATO[1], l’Italia ha di solito ignorato i Paesi non Allineati se si eccettuano i Documentari e altre forme divulgative meno popolari dei giornali e dei telegiornali.

Infine, oggi molta informazione (vera o falsa) viene ricercata sui social, specialmente su Facebook, dove si legge qualsiasi notizia, curiosità, pettegolezzo, senza alcun controllo e senza alcuna regola. La gente che passa ore a curiosare sui social crede senza alcuno spirito critico a tutto quello che le viene propinato. Non esistono qui le regole del giornalismo e delle cinque W ma neppure quelle della competenza, chiunque può scrivere o commentare senza sapere nulla di quel soggetto.

Nel frattempo, i/le giornalisti/e hanno perso la loro imparzialità. Intervengono con la loro personale opinione, specialmente nei talk, sembrano ospiti delle loro stesse trasmissioni. Le notizie sono limitate, imperfette, i titoli sono spesso addirittura generati in modo da far credere a fatti sensazionali che poi però non esistono all’interno dell’articolo stesso. In fondo, quello che conta, ormai, è ottenere un click, un like, o l’audience.

Per ultimo, ma non meno importante, la RAI (prima fonte di informazione per milioni di persone) è lottizzata dai Partiti che inseriscono nei diversi canali dirigenti  a loro favorevoli.

Purtroppo, l’attuale guerra in Ucraina ha ancora peggiorato la situazione.

La guerra non è stato un fatto improvviso.

Da anni venivano aumentati gli armamenti e l’addestramento del popolo ucraino, specialmente da parte degli Stati Uniti che vogliono continuare a  imporre il loro dominio imperialista a una parte del mondo.

La Russia di Putin, anch’essa dominatrice di un’altra parte di mondo, si è sentita accerchiata dalle forze della NATO e dai movimenti militari e ha ritenuto, quindi, di iniziare una guerra.

Si comprende facilmente che il primo problema scatenante è stato la corsa agli armamenti.

L’Europa tutta, poi, soggiogata dalla supremazia degli Stati Uniti e legata in gran parte alla NATO,  ha deciso di inviare ulteriori armi all’Ucraina, prima per difesa e poi anche per offesa.

Il Governo italiano, in particolare, senza considerare affatto la contrarietà di molti Italiani, ha abbracciato supinamente la tesi che solo con le armi si difenda la libertà.

In questo modo è partita un’escalation di combattimenti, di morti, di feriti, di paesi interi distrutti, di profughi senza casa e lavoro, insomma, la mostruosa tragedia di una guerra folle e criminale (come tutte le guerre).

Oggi, però, con le armi moderne, anche nucleari, si corrono rischi addirittura per la stessa sopravvivenza della specie umana.

Che cosa ha fatto allora la comunicazione di massa?

In Italia, ha affiancato servilmente il Governo e difficilmente si sono sentite, almeno nei primi tempi, voci dissenzienti, come già ho spiegato qualche tempo fa nel mio articolo “La Propaganda”[2].

I pacifisti o chi ha sollevato obiezioni all’invio di armi in Ucraina sono stati definiti con dispregio “putiniani”.

Solo dopo parecchi giorni di infami combattimenti, sono riuscite ad emergere alcune voci contrarie alla strage. Queste voci vengono, però, in gran parte, ignorate dalla carta stampata e spesso zittite con improbabili scuse proprio nei talk dai giornalisti stessi quasi tutti allineati al Governo. (Il Governo italiano, in questo momento, è un governo di coalizione al quale partecipano tutti i partiti tranne due, di cui uno molto piccolo e l’altro favorevole all’invio di armi. Si può dire che non esista opposizione.)

Eppure i “Giornalisti di pace” esistono anche in Italia. Non molto tempo fa, il 15 luglio 2021, sono stati premiati a Marengo proprio i Giornalisti di pace con lo scopo  «di valorizzare chi, attraverso la stampa o con altre forme di comunicazione, trasmette un messaggio di pace e valorizzando i costruttori di pace».

Daniele Barale e Patrizia Foresto, i premiati, durante la cerimonia hanno ribadito:

 

“Il nostro è un contributo per costruire la pace attraverso la narrazione e aiutando le persone a pensare in modo libero”.

 

Ma cosa significa “Giornalismo di pace”?

Secondo Laurie Mécréant[3], è un giornalismo proattivo orientato alla risoluzione dei conflitti.

Così ella scrive:

 

“Per il sociologo Johan Galtung, considerato il fondatore degli studi per la pace, la tradizionale copertura mediatica dei conflitti deforma la realtà e favorisce delle risposte violente in accordo con la propaganda. Egli propone un piano di azione alternativo, per fornire alla società nel suo complesso l’opportunità di conoscere e valutare opzioni d’uscita dalla crisi attraverso la nonviolenza.

A partire dagli anni ’70, Johan Galtung osserva la tendenza dei giornalisti a confondere conflitto e violenza, raccontando il conflitto unicamente attraverso gli atti violenti da esso provocati. Viene consentita la parola più facilmente alle élites che non alle persone più vulnerabili e focalizzata l’attenzione unicamente su chi vincerà. Raramente le cause distinte tanto geograficamente quanto temporalmente sono evocate, raramente le possibili soluzioni nonviolente sono menzionate… come se un giornalista dovesse parlare di una malattia senza alludere anche ad altri mezzi di guarigione, a parte quelli più nocivi, ancor prima di far luce sulla natura della malattia. Le soluzioni ‘dure’ sono sovrastimate, in modo che quelle ‘dolci’ rimangano sconosciute e le responsabilità unidirezionali.

-La rappresentazione mediatica dei conflitti costituisce oggigiorno un elemento chiave per l’esercizio del potere,- sostiene Jake Lynch, uno dei principali rappresentanti del giornalismo di pace. Non dimentichiamoci che i paesi coinvolti nel maggior numero di conflitti armati internazionali svoltisi tra il 1946 e il 2003 sono la Gran Bretagna, con 21 conflitti, appena davanti alla Francia che ne vanta 19.

Il ‘giornalismo di pace’ propone di riconsiderare i rapporti tra i giornalisti e le fonti d’informazione, i conflitti che riporta e le conseguenze delle informazioni che fornisce. Mette a disposizione dei giornalisti una serie di fonti di approfondimento sulla pace e i conflitti per consentire uno spazio maggiore a soluzioni nonviolente e alla creatività. Benché l’obiettivo sia degno di nota e si riscontri nella maggior parte dei codici etici giornalistici, esso è raramente messo in atto. Lo sguardo di Johan Galtung sul giornalismo in generale è molto critico e ciò è quanto gli provoca numerose obiezioni. Per alcuni sarebbe necessaria una vera e propria rivoluzione. Ma altri, tra giornalisti, professori e attivisti, lo hanno già adottato e applicato, lo difendono e l’insegnano, da Nord a Sud.

Distinguere il giornalismo di pace dal giornalismo di guerra

La classificazione operata da Johan Galtung tra le due tipologie di giornalismo mette in evidenza i fattori che favoriscono la pace in un caso e la guerra nell’altro. Tuttavia non è necessario assolvere tutti i criteri indicati per partecipare a una dinamica pacifista. Sarebbe sufficiente, per esempio, menzionare un’alternativa nonviolenta.

Per avere uno sguardo critico sul messaggio diffuso dai media su un conflitto e capire se esso è conforme alla propaganda oppure permette di comprendere le reali dinamiche dello stesso, possono essere poste quattro domande:

  • Come viene spiegata la violenza?
  • Cosa è presentato quale problema di fondo? Su chi o che cosa si imputa la responsabilità della violenza?
  • In seguito all’informazione resa, quale soluzione viene presentata come plausibile?
  • Nella storia narrata, qual è il ruolo svolto dalle potenze occidentali?”

Le indicazioni riguardanti il Giornalismo di pace sono molteplici. Ad esempio, nel 2016, per le Edizioni Gruppo Abele, è uscito il libro “Giornalismo di pace” a cura di Silvia De Michelis e Giovanni Salio Nanni. Nella sinossi viene spiegato:

 

“La guerra domina la scena dell’informazione: per interesse, per scelta politica, per superficialità. I media, poi, vengono per lo più usati dagli Stati come “armi di disinformazione di massa”. A questa prassi si oppone il modello del “giornalismo di pace”, elaborato soprattutto da Johan Galtung, che cerca di leggere in profondità i conflitti, rifuggendo dalle semplificazioni di chi descrive la guerra e la violenza come realtà inevitabili e ricercando gli obiettivi reali delle parti in causa, le loro contraddizioni e le vie possibili per superarle. L’intento non è quello di nascondere o di minimizzare la guerra ma di contribuire, con una informazione corretta, alla trasformazione non violenta dei conflitti. Di questo metodo il libro fornisce una ricca documentazione teorica e interessanti casi di studio.” 

 

Dunque, si può lavorare per la pace e per un diverso modo di affrontare i problemi e gli scontri anche quando si fa informazione.

Sarebbe, inoltre, auspicabile che i/le giornalisti/e dessero più spazio alle proposte di varie Organizzazioni che, in ogni parte del mondo, lavorano per arrivare a una migliore gestione dei conflitti tra i popoli del Pianeta Terra.

Come, ad esempio, HWPL[4], organizzazione non governativa  registrata nella Repubblica di Korea e associata al Dipartimento delle comunicazioni globali delle Nazioni Unite (DGC) e in status consultivo speciale al Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC).

Negli anni, HWPL, sotto la guida di Man Hee Lee, il Presidente, ha incontrato leader politici, religiosi, sociali di ogni parte del mondo e ha proposto iniziative utili a concludere i conflitti. I volontari di HWPL, che sono “messaggeri di pace”,  si sono recati nelle scuole di molti Paesi per formare i ragazzi e hanno coinvolto e sostenuto le donne (che sono circa quattro miliardi sulla terra) perché si adoperino dappertutto per il bene della loro gente.

Considerando le stragi delle guerre del passato (e, purtroppo, anche del presente) secondo HWPL,

 

È dovere di tutti ridurre le cause di conflitto esistenti e perseguire una convivenza armoniosa”.

 

Per arrivare a questo giusto e nobile obiettivo, il 14 marzo 2016, HWPL ha proclamato la Dichiarazione di Pace e Cessazione della Guerra (DPCW)[5], che è stata redatta con la partecipazione di esperti di diritto internazionale provenienti da 15 paesi. La Dichiarazione è composta da 10 articoli.

In primo luogo, si raccomanda agli Stati di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza militare per la protezione di vite o proprietà (articolo 1).

Poi, si invitano gli Stati a distruggere gradualmente le armi di  distruzione di massa e i loro impianti di produzione (articolo 2).

Gli Stati (articolo 3) dovrebbero, inoltre,  diventare essi stessi agenti di pace rafforzando misure per promuovere la pace e dovrebbero (articolo 4)  rispettare l’integrità degli altri Stati.

Viene ribadita l’autodeterminazione degli Stati (articolo 5) e la risoluzione delle controversie internazionali con mezzi pacifici (articolo 6).

In caso di aggressione, le misure di autodifesa devono essere limitate (articolo 7).

Le fedi religiose devono essere rispettate (articolo 8) e non devono essere fonte di conflitti, come pure l’identità etnica (articolo 9).

L’educazione alla pace (articolo 10) deve essere fornita a tutti i cittadini del mondo.

È evidente che questa Dichiarazione propone un cambiamento totale di mentalità che prende avvio dall’educazione di tutti i cittadini del mondo. L’odio viene sostituito dalla conoscenza reciproca come nel caso delle religioni e delle etnie che troppo spesso sono state fonti di guerre. Non a caso, HWPL organizza da anni incontri  virtuali di leader religiosi di ogni parte del mondo. La forza militare non è più ritenuta desiderabile ma, anzi, deve essere gradualmente distrutta mentre l’imperialismo e il post colonialismo che continuano a soffocare e depredare le Nazioni meno forti, dovranno essere sostituiti da una totale autodeterminazione dei popoli senza nessuno che soffi sul fuoco di eventuali divisioni interne.

Un mondo di pace con il progresso tecnico scientifico di oggi sarebbe davvero fantastico. Invece di sviluppare armi sempre più micidiali, gli scienziati potrebbero dedicarsi completamente alla cura delle malattie e delle sofferenze che ci affliggono, e risolvere il problema della fame in modo  che nessuno dei quasi otto miliardi di persone debba ancora soffrirne.

Sarebbe un mondo dove la dignità di ogni essere umano, al di là di colori, fedi, sesso, divenisse il primo valore.

Invece, l’Europa che, dopo la seconda guerra mondiale aveva assicurato “Mai più guerre” sta andando oggi nella direzione opposta. C’è una generale corsa al riarmo, all’aumento delle spese militari a scapito di sanità, educazione, sostegno al lavoro.

Non c’è dubbio che le lobby delle armi, con i loro guadagni multi miliardari abbiano vinto tutto, anzi, abbiano addirittura fatto l’“en plein”!

La voce dei poveri messaggeri di pace è stata soffocata dall’esplosione delle bombe.

Ci vorranno decenni prima che si possa rimediare a tanto disastro, con armi sparse ovunque e nelle mani di chiunque in tutta Europa.

Nessuno può dire quali saranno le conseguenze.

Eppure bisogna continuare a lottare.

Non ci può essere futuro per l’umanità senza pace.

Non solo ogni giornalista deve essere messaggero di pace ma anche ogni singolo uomo o donna della Terra, se vogliamo che la razza umana continui ancora a esistere.

(Renata Rusca Zargar)
Italia

Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Prova d’esame (istruzione.it)

F.Gaudenzio, F. Mandelli, L. Rovida “Italiano Abilità linguistiche e analisi dei testi” Minerva Italica 2007

Aldo Budrieri, Anna Laura Trombetti, Alessandra Tugnoli “Focus Storia” Editori Laterza2009

NATO – Wikipedia

Televisioni locali in Italia – Wikipedia

Rai – Wikipedia

Colonialismo italiano – Wikipedia

Movimento dei paesi non allineati – Wikipedia

Premiati a Marengo i “Giornalisti di pace” – Il Torinese

Giornalismo di pace (pressenza.com)

Giornalismo di pace – Silvia De Michelis – Giovanni Salio Nanni – Libro – EGA-Edizioni Gruppo Abele – Le staffette | IBS

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“Declaration of Peace and Cessation of War White Paper” edito da Heavenly Culture, World Peace, Restoration of Light

[1]                Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, chiamata anche Alleanza del Nord Atlantico, un’alleanza militare intergovernativa tra 30 Stati membri, di cui 28 in Europa e gli altri 2 in Nord America.

[2]           LA PROPAGANDA di Renata Rusca Zargar (senzafine.info)

[3]        Giornalista diplomatasi all’IEP di Lille in “Analisi dei conflitti e costruzione della pace”; formatasi in “Giornalismo preventivo” all’Università Complutense di Madrid; attualmente si occupa di comunicazione a Partners for Democratic Change International a Bruxelles. Ha contribuito alla stesura di “A guidance for integrating peacebuilding into development assistance” (2010) http://www.initiativeforpeacebuilding.eu/pdf/1102PeaceDevelopment.pdf

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