NEL 1926  LA STORICA IMPRESA DI GERTRUDE EDERLE, LEGGENDARIA NUOTATRICE

Esattamente un secolo fa, il 6 agosto del 1926, la nuotatrice che sfidò le onde e i venti ostili del Canale della Manica, approdò a Kingsdown, Inghilterra, stabilendo un primato femminile e un record eccezionale. Aveva percorso a nuoto, partendo da Cap Gris-Nez in Francia, alle 7:05 del mattino,  ben 56 km a nuoto (anziché 34, la reale distanza), a causa delle deviazioni alle quali fu costretta dalle pessime condizioni metereologiche. Dovette pertanto nuotare 22 km in più, rispetto alla distanza più breve del Canale, proprio per evitare i rischi del mare in tempesta. All’arrivo, intorno alle 21:40 dello stesso giorno, dopo 14 ore e 31 minuti, nella spiaggia di Kingsdown, appariva stremata, ma a stento riusciva a contenere l’emozione di quell’impresa storica, e sorrideva incredula, era consapevole di stringere forte un sogno a lungo agognato.

Si trattava di Gertrude Ederle, una ragazza di soli 21 anni, che aveva alle spalle una parabola agonistica da brivido: cinque record mondiali, e una medaglia d’oro più due di bronzo alle Olimpiadi di Parigi nel 1924.

Attraversò La Manica a nuoto ben consapevole di avere sfidato ii suoi limiti, e comunque vinto contro quel mare che era peggio di uno stallone ribelle, per nulla facile da domare.  Affrontò onde alte anche 9 metri, allorché, durante la difficile traversata, si scatenò una tempesta, che tuttavia non scalfì la sua determinazione a proseguire, e a sfidare anche l’inferno qualora si fosse presentato con il volto sbilenco dell’impossibile.

Portò a termine l’impresa in virtù delle eccezionali doti fisiche di forza e resilienza, ma anche grazie ad un carattere coriaceo, tenace e risoluto.

Gertrude Ederle, nota come Trudy, era nata a Manhattan, New York, nel 1905, da genitori tedeschi che erano immigrati diversi anni prima, terza di sei figli. Le condizioni economiche della famiglia erano modeste, ma si respirava un clima di fermento positivo verso la crescita personale e lo sviluppo delle inclinazioni dei figli, quando il talento era una spinta naturale alla realizzazione delle proprie ambizioni.  A Trudy intraprendenza e coraggio non mancavano, il talento nemmeno. Nella sua giovane vita c’era anche una prova che aveva messo a rischio la sua esistenza, a causa di una malattia esantematica che contrasse all’età di 7 anni.  Per i bambini di allora era difficile superare la fase morbosa, quasi un salto mortale. Si trattava del morbillo. Il medico di famiglia aveva informato i genitori che la piccola Trudy, con febbre altissima e condizioni fisiche scadute, estremamente precarie, stava lottando per sopravvivere. Aggiunse che l’avrebbe vegliata durante la notte, e che difficilmente sarebbe arrivata al mattino seguente.

Giorni drammatici per la famiglia, in particolare per la madre, che doveva solo sperare in un miracolo,  e pregare per la bambina. Inaspettatamente, con grande sorpresa del medico, Trudy nelle prime ore del mattino diede segni di ripresa, lo stato febbrile sembrava rientrato, si trattava di valutare con prudenza il miglioramento, ma intanto si fece tutto il possibile per agevolarne il corso. Nel volgere di pochi giorni il medico constatò che c’era stata la completa remissione del male, e che il sistema immunitario della ragazzina era riuscito ad avere la meglio sul micidiale virus del morbillo, peraltro altamente contagioso. Nei primi decenni del Novecento questa malattia infettiva era seriamente letale, con un alto indice di mortalità infantile, fino a quando non fu messo a punto il vaccino.

Trudy era stata, anche in quella circostanza, una piccola indomita combattente,  la sua vitalità l’aveva portata al di là del pericolo che incombeva sulla sua esistenza. Questa dura esperienza le aveva forse insegnato che la vita è simile ad una corsa ad ostacoli, e con forza d’animo è necessario affrontare ogni ostacolo e impedimento.

Tutto questo era già insito nella sua personalità, ostinata quanto basta per procedere con sicurezza verso i propri obiettivi, senza lasciarsi travolgere dalle influenze negative di chi intende abbattere i propri sogni.

Accadde più o meno questo a Trudy, quando informò la famiglia del suo desiderio di dedicarsi alla passione del nuoto. Il padre sulle prime la irrise un po’, sostenendo che poteva anche rincorrere le sue ambizioni iscrivendosi ai corsi in piscina, tanto si sarebbe presto decisa a seguire una strada più credibile. E invece lei alle prime inevitabili batoste, rispose con l’ostinazione a perseverare, sentiva dentro qualcosa che la stimolava a proseguire, malgrado qualche inciampo.

E poi il resto è parte della sua disciplina di vita, dell’amore per questo sport: la coerenza e l’impegno al di là di ogni arresa, la costanza e lo spirito di sacrificio quali strumenti indispensabili per il riscatto e il raggiungimento dei traguardi. Arrivarono ben presto anche i risultati, sempre più sofferti e importanti, per dire a se stessa e alla famiglia che aveva ragione: quella era la sola via da percorrere. Senza cedimenti, senza paura di mancare al volere altrui, anche quando era un padre che puntava il dito sul suo talento. I riconoscimenti diventavano sempre più lusinghieri, e la galvanizzavano, le restituivano il prezzo dei duri allenamenti, dei sacrifici, delle astinenze dalle cerimonie della vita, quando si è così giovani, e si manca all’appello delle amicizie, ai primi battiti di cuore verso qualcuno che chiede più presenza.

Gertrude sacrificò tutto al nuoto, tenne stretti gli affetti familiari, e dopo alcuni anni di successi internazionali convertì anche il padre alla fiducia nelle sue straordinarie capacità. Un bel risultato dato che era stato un autentico miscredente verso le sue doti naturali, con un’autorità che remava contro, rifiutandosi di capire che quella figlia seguiva un’altra autorità: quella del destino.

A 18 anni, nel 1924, dopo una serie di traguardi, era stata convocata per le Olimpiadi di Parigi, dove ottenne una medaglia d’oro e due di bronzo. Non c’era più da dubitare, era una campionessa olimpica, nota ormai in tutto il mondo, per il suo talento e i virtuosismi dimostrati nello sport fino ad allora.

L’anno seguente tentò davvero quasi l’impossibile, per una donna e i tempi di allora: attraversare il Canale della Manica a nuoto. i suoi allenatori tentarono di dissuaderla, mettendole davanti una lunga fila di ostacoli che ringhiavano alla sua intraprendenza. Invano, lei era al comando delle insicurezze altrui, ostinata e invulnerabile nelle sue sfide. Lei era davvero così: prendere o lasciare.

L’allenatore Jabez Wolffe le tentò tutte per scalfire la sua risolutezza a tentare l’impresa, nonostante le acque gelide del canale, nonostante la possibilità di eventi metereologici che avrebbero potuto costringerla a spezzare le ali a quel sogno. Lei non demordeva, non era disposta a fare compromessi con le paure altrui.

E giunse il 18 agosto di quell’anno memorabile, l’allenatore era piuttosto seccato dall’ostinazione di Trudy, le ricordò che egli stesso aveva tentato la sfida almeno cinque volte, senza venirne a capo, senza riuscire ad avere ragione di quei 34 km di acque gelide e ostili.

Trudy il 18 agosto si ostinò a giocare le sue carte, nuotando per quasi 9 ore, poi fu aggredita da un convulso accesso di tosse, dalla barca che la seguiva con tutto il team, qualcuno si avvicinò a lei per sostenerle le spalle mentre tossiva, e fu quanto bastò a squalificarla, il regolamento era inflessibile: nessuno doveva avvicinarsi alla nuotatrice, se non per porgerle qualche bevanda, ma senza sfiorarla.

E così il sogno di Gertrude si disintegrò davanti a lei, ma non la sua determinazione. Com’è noto tentò di nuovo la traversata l’anno seguente, nel 1926, e questa volta, memore dell’esperienza precedente, prese ogni precauzione affinché niente e nessuno, e soprattutto quel mare blu cobalto la irridesse per la seconda volta. Indossò un costume che facilitava il movimento dei suoi muscoli, si fece ricoprire il corpo con uno spesso strato di grasso animale, e via verso il traguardo. Raggiunto nella memorabile serata del 6 agosto. Una folla di ammiratori la applaudì a lungo, e a Trudy occorsero alcuni minuti per realizzare che ce l’aveva fatta, aveva lottato strenuamente contro quelle onde, contro i venti e la tempesta che si era scatenata, sembrava l’ennesimo scoglio scaraventato intorno a lei per indurla alla resa. Ma neppure l’ira degli elementi ebbero la meglio sulla sua ostinazione. Un duello tra due forze della natura.

Quando rientrò in America, il 27 agosto di quell’anno, New York la accolse con interminabili festeggiamenti, e una sensazionale parata, non una semplice manifestazione di entusiasmo, ma una ‘ticker-tape parade’, che prevedeva il lancio di piccoli pezzi di carta dai palazzi di Brodway.

Tutto meritato, era stata la prima donna in assoluto a compiere l’impresa: 56 km di nuoto, senza soste, alle prese con un mare che di ‘tutto’ escogitò per impedirle di raggiungere il traguardo. Trudy era amata anche per quel carattere da combattente, che non si lasciava impressionare da nessuno, nemmeno da Zeus, divinità greca del Cielo e dei fulmini. Le ci vollero 14 ore e 31 minuti, due ore in meno per battere il record raggiunto da altri sei nuotatori prima di lei, l’ultimo era stato un italo-argentino.

I festeggiamenti a New York durarono una notte intera, tra le acclamazioni e le urla di gioia di una folla immensa. Gertrude Ederle non dimenticò mai quella notte.

In seguito alle difficoltà affrontate durante la traversata, l’atleta contrasse però un’infezione alle orecchie piuttosto seria, al punto che poco tempo dopo diventò sorda.

Da allora si dedicò all’insegnamento del nuoto a bambini della sua stessa condizione. Visse con la solita vitalità ed entusiasmo verso i normali eventi della vita, che fu lunga, arrivando fino alla venerabile età di 98 anni. Ci lasciò infatti il 30 novembre del 2003.

Altre donne, dopo di lei, tentarono imprese eccezionali, la più nota è certamente Diana Nyad, nata a New York, un’altra fantastica atleta che eccelleva nel nuoto, e affrontò sfide anche ben più dure delle performance di Trudy. Le sue caratteristiche fisiche di grande resistenza, e il carattere combattivo, irriducibile, le permisero di raggiungere una lunga serie di record. Diana ha forti similitudini con Gertrude Ederle, e del resto l’abilità in uno sport come il nuoto e la resistenza, non bastano a superare gli ostacoli delle grandi distanze. Occorre una personalità immune da timori o riserve verso le difficoltà delle imprese da affrontare. Occorre perseveranza e sprezzo del pericolo, esattamente com’era Diana Nyad, che dopo una vita di grandi traguardi, nel 2013, percorse a nuoto il tratto di mare lungo 177 km, che separa L’Avana, a Cuba, dagli Stati Uniti, in Florida.

Qualche tentativo fallì, ma la sfida divenne per la grande nuotatrice più stimolante, e così, finalmente, nel 2013, all’età di ben 64 anni, riuscì a compiere questa prodezza inaudita, ancora scientificamente quasi inspiegabile. Perché le buone condizioni fisiche non bastano a rendere un’atleta così eccezionalmente dotata, in grado di sfidare davvero l’impossibile. Diana ci riuscì, e il mondo è ancora qui a domandarsi come sia stato raggiunto un traguardo di questa portata, realizzato da una donna.. tutt’altro che giovane. Un traguardo non alla portata nemmeno di una giovane atleta bene allenata, 177 km, percorsi senza una sosta, senza una gabbia protettiva,  in un tratto di mare infestato da squali, beh.. non è una semplice rivincita verso i limiti posti dall’età, è qualcosa che va oltre, e finisce quasi nel mistero della natura umana, indocile, indomabile, forgiata per abbattere i muri dell’insostenibile, al limite dell’utopia.
Virginia Murru
Mercoledì 28 ottobre 2026 – Anno XX